Alla fine di ogni Giro d’Italia rimangono sempre due cose: la malinconia per l’appuntamento che non c’è più, ed era una bella abitudine, e un po’ di appunti sparsi annotati tappa dopo tappa. Una riletta veloce e l’incasellamento nell’ormai classico “bello e brutto” di queste tre settimane. Sono appunti messi lì un po’ alla rinfusa senza ordine cronologico necessariamente e tanto meno di importanza. Prendeteli come tali e aggiungeteci i vostri nei commenti se vorrete.
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Cosa è piaciuto
- L’incertezza. Ma sì, anche se mancavano i “pezzi da novanta” ci siamo consolati con una Classifica Generale che si è definita solo l’ultimo giorno.
- L’Italia. Sarà banale ma fare una corsa in Italia è garanzia, per lo meno, di successo paesaggistico, praticamente ovunque si vada. E il Giro d’Italia è una promozione pazzesca. Siamo nell’ordine dei due miliardi di euro per il territorio. Le strade asfaltate sono solo un dettaglio.
- L’arrivo a Roma. Ovviamente dopo il punto sopra non si può citare l’arrivo spettacolare nella capitale, Deve essere istituzionalizzato. Quest’anno pure con il “bonus Papa” per l’anno del Giubileo. Da rivedere, invece, le premiazioni.
- I corridori italiani in ottica corse a tappe. Se saranno rose lo vedremo, intanto abbiamo visto cose interessanti. In futuro potremo divertirci si spera. Tiberi deve ancora passare l’esame, ma quel po’ che si è visto è apparso confortante. Ancora più solido è apparso Pellizzari, a frenarlo non sono state le cadute ma i dieci giorni corsi servendo Roglic. Applausi per Caruso.
- Bernal che soffre e sorride. Dopo aver passato certe avventure sorridi anche solo perché cammini ancora, figuriamoci se puoi pedalare. Può ancora dare tanto. Forza!
- Le strade bianche. Alla fine, per quanto se ne possa dire, sono garanzia di tappa avvincente. E nel Giro d’Italia 2025 le contiamo sulle dita di una mano.
- Il pubblico: decisamente in aumento a tutte le nostre longitudini. Oltretutto un pubblico mediamente composto e non pericoloso.
- Mads Pedersen. Ha indossato la maglia ciclamino dal primo all’ultimo giorno (all’inizio era addirittura rosa) e ha dato, quando poteva, pur una mano alla squadra.
- Roberto Fortunato. Lui non ha indossato la maglia azzurra degli scalatori dal primo giorno ma poco c’è mancato. Ne ha fatto il suo obiettivo coltivandola soprattutto sulle salite lontane dal traguardo. Il disegno di questo Giro l’ha aiutato (e sarebbe da meditare su questo, ma siamo campanilisti e applaudiamo l’italiano). Lui ci ha messo forza e anche tanta generosità quando ha concesso a Scaroni una tappa che aveva già in tasca.
Cosa non è piaciuto
- La partenza dall’Albania. Ci eravamo abituati bene con partenze estere da bagni di folla. Abbiamo visitato una terra evidentemente ancora acerba. Ok gli accordi commerciali, ma ci vuole più attenzione.
- Salite troppo lontane dall’arrivo. Già mancano i Pogacar che attaccano da lontano, se mettiamo salite che possono fare la differenza lontane dall’arrivo ci sta che i big le facciano senza attaccarsi.
- Montagne da evitare. Si evitano le cime troppo alte per paura del maltempo, pur col Giro spostato di una settimana, ci è mancata un po’ l’epica.
- Le premiazioni. Sì, lo sfondo del Circo Massimo è pur sempre spettacolare, ma ormai ci stiamo viziando e non basta. Ci vuole un posto anche più centrale, una cerimonia speciale che attiri le persone o le vada direttamente a trovare. Non una festa per pochi messa da una parte come una gara qualsiasi col pubblico dei parenti.
- Squadre di secondo livello. Purtroppo è così. Ci sono formazioni WorldTour che del Giro farebbero a meno, si vede dai corridori che mandano al via.
- Troppe fughe all’arrivo. È vero che, da spettatori, siamo incontentabili, ma se nelle tappe importanti arrivano le fughe è come se mancasse sempre qualcosa. Sul Colle delle Finestre sarebbe stata perfetta la vittoria di Simon Yates che, invece, ha vinto il Giro senza nemmeno portare a casa una tappa.
- I ventagli, che non ci sono stanti, pur spesso invocati. Invocare i ventagli al Giro d’Italia, ormai, è la misura della noia della corsa.
- Le critiche alle strade del sud. Che si bagnano e diventano scivolosissime, quando non piove da tanto tempo, come le strade del Nord. Al sud, di sicuro, piove meno che al nord e il rischio può essere maggiore. Ma usare questa come scusa per criticare le tappe al sud è un po’ misero. La caduta di Nova Gorica ha dimostrato la verità.
- Le riprese televisive troppo spesso, nei momenti concitati, si perdevano inducendo telespettatori, ma anche conduttori, in confusione. Chi era davanti a chi? Anche i distacchi che sparivano per troppo tempo non aiutavano.
- Le mutande! Ok, lo sponsor principale fa abbigliamento intimo maschile, ma siamo sicuri che sia spettacolare la gigantografia 3D di un boxer maschile aderente sullo sfondo di ogni vittoria? Si potrebbero fare tante battute, ma immaginate solo un’analogia del genere al Giro Donne. Per fortuna, il secondo sponsor o chissà, ci ricordava in sovrimpressione, la carta igienica.

































