Una volata non è mai scontata al Tour de France. Avreste detto che la maglia verde non l’avrebbe disputata? Mentre la fortuna, in Francia, va cercata con forza, la sfortuna colpisce a caso. E la caduta di Philispesn al traguardo volante ha mandato tutto in malora per lui.
Volata sia però, scontata da non provarci nemmeno nel finale: tutto il gruppo a fronte piatta, che tanto con quel vento contrario c’è poco da fare. E allora niente fuga ma un crescere di tensione che porta a una caduta, in zona neutralizzata, ma solo dai tempi, non dal dolore. E ci finisce pure Evenepoel dentro.
Davanti volata tiratissima con altra caduta nell’ultima semicurva. Arrivo da fotofinish tra Merlier, vincente e Milan, a un soffio. Peccato per noi. Jonathan Milan, comunque, si consola con la maglia verde.
Van der Poel rimane in maglia gialla.

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Un racconto di corsa tranquilla
Prima ancora di guardare l’altimetria, che sai già, certi giorni di trasferimento li percepisci direttamente dalla sala stampa. Da quella fisica e da quella virtuale, quella specie di chat di classe organizzata dagli addetti stampa del Tour de France (ma quanti sono?) per coccolare i giornalisti avvisando non solo di chi parlerà, quando e dove, ma anche di dove trovare da mangiare e segnalare e rassicurare chi, per sbadataggine, lascia strumenti di lavoro in giro. Il servizio “Lost & Found” scatta a tarda sera, con fotografie a documentare gli oggetti dimenticati, in mezzo ai messaggi che avvisano i ritardatari che “è rimasto ancora qualcosa da mangiare, se siete stanchi, venite a rifocillarvi”. Inutile fare paragoni che pure verrebbero facili.
Silenzio, come in corsa che, in tv, conviene vedere direttamente in “ambient mode”, che sono belli anche il fruscio delle biciclette, il rumore secco dei cambi (utilizzati poco in questa tappa, a dire il vero) e le voci del pubblico. Anche le voci dei corridori raccolte direttamente dalle telecamere in corsa. Negli anni i microfoni direzionali hanno fatto passi da giganti, può valere la pena sfruttarli.
Altrimenti silenzio, di quello che fa sentire bene i chilometri che passano, come se fossimo tutti corridori. In gruppo si parla, è vero, ma la maggior parte del tempo si sta in silenzio e si ascolta la fatica, per dominarla al meglio.
La corsa è fatta di voci e campanili che suonano senza aspettare l’ora esatta, di altoparlanti improvvisati che annunciano la novella del Tour de France in paese.
La preparazione della volata
Se deve essere volata, che volata sia ma senza favori a nessuno, nemmeno a fuggitivi di giornata da riprendere al momento giusto. Al Tour de France non si regala niente, nemmeno visibilità che non sia meritata per gambe e muscoli.
Traguardo volante, traguardo vero: scintille e dolori
Il brivido di giornata è di Philipsen che si butta in volata a 60 chilometri dal traguardo. Punti in palio per la maglia verde e proprio la maglia verde si aggancia malamente con un Coquard troppo irruento. A terra si vedono addirittura le scintille della bicicletta verde nuova nuova che graffia l’asfalto ma per Philipsen, che si regge subito la spalla, il Tour de France finisce qui.
C’è chi invoca la punizione estrema per Coquard: a casa, a casa! Per molto meno fu mandato a casa Peter Sagan il 5 luglio del 2017. Ora che si fa? Sorge pure un dubbio: le squalifiche sono più pesanti a seconda delle conseguenze della scorrettezza? Se Philipsen si fosse salvato con una magia sarebbe cambiato qualcosa? Altrimenti ci sarebbe, con ogni probabilità, un ciclista a casa quasi a ogni volata.

Wellens un onore in più per onere in meno (per Pogacar)
Visto che al Tour conta tutto e Pogacar non sembra voler sprecare, ha pensato bene di togliersi di dosso la maglia a pois del miglior scalatore che sì, è un onore, ma se non si va sul podio è tutto tempo di più per riposare. Allora la tattica è far prendere la maglia a pois a Wellens che, così, si fa carico dell’onere del podio lasciando il capitano a riposare. Cose di famiglia insomma e il gruppo sta a guardare.

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