La curva è sempre quella del vecchio velodromo. Sotto al Vigorelli, però, sono cambiate molte cose. Dietro la saracinesca di Masi oggi c’è Simone D’Urbino, lo sguardo vispo e l’aria di chi si trova nel posto giusto. La bicicletta non è mai stata solo un mezzo: è diventata una bella ossessione già prima della maggiore età, quando ha iniziato a saldare telai su un balcone e in una cantina, imparando per tentativi, errori e silenzi.

Se avesse dovuto esserci un erede naturale di Faliero e Alberto Masi, difficilmente avrebbe potuto essere diverso. Non per discendenza, ma per attitudine. D’Urbino arriva da un ciclismo lontano dalle corse tradizionali, cresciuto tra pista, città e cultura urbana, in quel movimento che ha riportato l’acciaio al centro, come scelta consapevole. Telai essenziali, solidi, pensati per durare, lontani anni luce dall’idea di prodotto usa e getta.

Il suo percorso passa dall’osservazione più che dall’insegnamento, dai grandi maestri guardati lavorare in silenzio, fino all’incontro con Alberto Masi, che nel 2015 lo chiama in officina. Da lì comincia un apprendistato senza troppe cerimonie. Sembra di riascoltare un racconto di altri tempi, niente cerimonie, ma l’essenza del lavoro vero, fatto di controllo maniacale dei dettagli e di rispetto assoluto per le regole.

Niente computer o automatismi, ma gesti che si ripetono
Oggi nell’officina del Vigorelli non ci sono computer né automatismi. Ci sono dime storiche, tubi Columbus di epoche diverse, gesti ripetuti a mano e qualche segreto.
Ogni telaio nasce da una domanda semplice: cosa ci devi fare? Tutto qui ed è già tantissimo per cambiare tipo di tubi, sezioni, inclinazioni. Nessuna gamma, solo biciclette fatte bene. Acciaio come scelta tecnica e culturale che non nega altri materiali: «Vuoi la prestazione assoluta? Allora vai con la fibra di carbonio, che poi il telaio è l’ultima cosa su cui risparmiare peso, meglio su altro. Sulle masse rotanti ad esempio».
La storia di Masi somiglia a quella del Vigorelli stesso: salvata e rilanciata da chi ha saputo guardare avanti partendo da ciò che già esisteva. Qui sotto, tra le curve che hanno fatto la storia, Masi continua a costruire telai come si è sempre fatto. A mano, senza clamore, lasciando che siano le biciclette a parlare.
D’altra parte, se cercate su internet, tra i primi siti che trovate a parlarne, oltre che Wikipedia, c’è anche il Ministero dei Culturali. Qualcosa vorrà dire.
Segnaliamo il servizio in uscita sul numero di questo mese della rivista Biciclette d’Epoca.
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