Siamo abituati a sentire polemiche sulle moto in corsa alle classiche del Nord, dove spesso la loro presenza troppo ravvicinata finisce per condizionare fughe, inseguimenti e momenti decisivi. In questi giorni, però, la discussione è arrivata anche al Giro di Romandia.
Pogacar ha attaccato nel punto giusto, sul Jaunpass, dopo il lavoro della UAE e quando la corsa era ormai pronta per esplodere. Valentin Paret-Peintre, ripreso dopo averci provato con Roglic, ha criticato le moto troppo vicine alla testa del gruppo, accusandole di aver indirettamente favorito l’inseguimento. Ma nella tappa di ieri il tema non si è fermato lì.
Sullo Jaunpass Lipowitz ha resistito all’attacco di Pogacar. Al momento dello scatto, in realtà, alla ruota dello sloveno c’era Lenny Martinez, che nei giorni precedenti aveva già dimostrato di poter tenere il suo passo in salita. Questa volta, però, ha ceduto quasi subito. Probabilmente ha capito di essere troppo fuori giri per reggere altri otto o dieci minuti a quel ritmo. Lipowitz, invece, si è agganciato e per un momento è sembrato poter tenere.
I corridori sanno quanto manca alla cima, sanno leggere lo sforzo, sanno valutare se possono restare per alcuni minuti appena sopra la propria soglia oppure se stanno entrando in una zona pericolosa. Probabilmente Lipowitz sentiva di poter arrivare allo scollinamento con Pogacar.
Poi è arrivato il colpo del campione: quello che esce dagli schemi del misuratore di potenza, delle zone di sforzo, dei calcoli perfetti. Pogačar si è alzato sui pedali e ha dato un’altra accelerata proprio a circa un chilometro dalla cima. Era il più forte, ha staccato tutti, Lipowitz è stato l’unico a resistere davvero e il risultato finale non viene messo in discussione. Però.
Però Pogacar è stato anche furbo. Ha attaccato in un momento in cui davanti aveva la moto della televisione e sapeva benissimo che, nel momento dello scatto, il cameraman non si sarebbe perso la scena. Nella visuale dall’alto sembra quasi che Pogacar vada a prendere come riferimento proprio quella moto, mentre Lipowitz resta improvvisamente solo.
Tattica o moto?
Il punto interessante è questo: quanto la presenza delle moto condiziona ormai non solo la velocità della corsa, ma anche la tattica dei corridori?
Oggi un corridore non guarda più soltanto la strada, gli avversari, il vento e il momento dello sforzo. Guarda anche dove sono le moto. E se davanti c’è una moto della televisione, se la distanza non è sufficiente e se la traiettoria crea anche solo una piccola scia, quella presenza diventa un riferimento, quasi un bersaglio.
In un ciclismo in cui si ragiona sui watt, sulle pressioni delle gomme, sull’aerodinamica delle borracce e su ogni minimo dettaglio, una moto troppo vicina può fare la differenza tra aprire cinque secondi o aprirne dieci, tra chiudere un buco o non riuscirci più.
Pogacar non ha vinto per la moto. Avrebbe vinto comunque. Ma ha corso dentro una situazione che ormai i corridori conoscono, leggono e, quando possono, sfruttano. Come si sfrutta il vento laterale, una curva, un tratto di strada favorevole o l’indecisione di un avversario.
Il problema, quindi, non è Pogacar. Il problema è tutto ciò che può intaccare anche solo parzialmente la pulizia di un risultato. Perché in una corsa si può vincere con le gambe, con il coraggio, con la tattica e con il talento. Ma non dovrebbe mai restare il dubbio che una moto, anche solo per pochi metri, abbia dato qualcosa in più a chi stava attaccando.





































