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Home Eventi e cultura

Bellinzona-Carì, il Giro in Svizzera funziona. Ma il prodotto Ticino deve ancora diventare sistema

Una tappa breve e dura, il confronto con la Bulgaria e una domanda da destination management: la Corsa Rosa può accendere le Tre Valli, ma il Ticino deve imparare a vendersi intero

Alex D'Agosta di Alex D'Agosta
26 Maggio 2026
in Eventi e cultura, Gare
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Giro d'Italia Svizzera T16

Foto: LaPresse

Centotredici chilometri possono sembrare pochi, ma nel linguaggio del Giro d’Italia la Bellinzona-Carì è una tappa ad alta densità. Non solo cronaca da arrivo in salita: un caso di studio tra sport, turismo, mobilità, confine e marketing territoriale. Plurimi gran premi della montagna, circa 3.000 metri di dislivello, un circuito iniziale nelle Tre Valli e poi l’ascesa conclusiva verso Carì (già nel carnet del Tour de Suisse), a 1.644 metri, con pendenze vere e un paesaggio che in televisione lavora da solo.  O quasi.

Il punto è proprio quello: “o quasi”. Il Giro porta immagini, pubblico, squadre, media, sponsor e una quantità di attenzione che un territorio alpino non compra facilmente. Ma l’evento non basta. Può accendere il Ticino per un giorno; trasformarlo in domanda turistica, cicloturismo, permanenza e prodotto vendibile è un altro mestiere.

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Giro d'Italia Svizzera T16
foto: LaPresse

Una tappa corta, quindi moderna

Dal punto di vista sportivo, la Bellinzona-Carì ha una qualità rara: è breve, leggibile, televisiva, non banale. Non concede tempi morti, arriva dopo il giorno di riposo e obbliga i leader a restare dentro la corsa. Ellena, direttore sportivo Polti-Kometa, l’ha letta con precisione: una frazione così corta non lascia spazio a fughe tranquille né a cali di attenzione. Tutto si concentra in poche ore, con caldo e fatica pronti a trasformare una salita dura in una crisi vera.

È una tappa da ciclismo contemporaneo: meno epica chilometrica, più intensità. Torre e Leontica servono a sporcare il gruppo; Carì è il punto in cui si paga il conto. La salita non ha ancora la mitologia dei grandi nomi alpini italiani, ma ha dignità tecnica chiara: pendenza regolare, quota, ritmo difficile da mascherare. È nuova per il Giro, non per il ciclismo svizzero, che l’ha già assaggiata con il Tour de Suisse.

Giro d'Italia Svizzera T16
foto: LaPresse

Non tutti gli sconfinamenti sono uguali

La Svizzera arriva in un Giro che ha già fatto discutere per la Grande Partenza in Bulgaria. Il tema non è se la corsa debba uscire dall’Italia. Ormai i Grand Tour sono anche piattaforme economiche e diplomatiche: chi paga, entra nel calendario; chi investe, compra una parte di racconto. Alex Carera, uno degli agenti più influenti del ciclismo mondiale, fondatore di A&J All Sports e manager di campioni come Tadej Pogacar, vede il punto dall’interno: se il ciclismo vuole crescere, deve abbracciare anche Paesi dove la tradizione è meno radicata. La Bulgaria, racconta, ha mostrato entusiasmo e fame di ciclismo. Non va liquidata con sufficienza.

Ma la stampa internazionale ha letto quella partenza anche attraverso tre parole meno comode: denaro, logistica, sicurezza. Trasferimenti, costi, malumori delle squadre, identità sportiva messa alla prova. La Svizzera è un’altra cosa: per l’Italia è un “estero” di prossimità, alpino, ciclistico, compatibile con il Giro. Non è uno sconfinamento qualunque, quasi un ritorno. Bellinzona-Carì funziona meglio della Bulgaria non perché la Svizzera sia “più ricca”, ma perché il legame tra corsa, montagna, pubblico e memoria appare naturale.

Giro d'Italia Svizzera T16
foto: LaPresse

Il Ticino bello, ma non ancora intero

Qui arriva il pepe. Il Ticino ha fatto molto: investimento, eventi collaterali, monumenti illuminati di rosa, comunicazione non al risparmio almeno in patria, accoglienza adeguata, una tappa interamente cantonale. Bellinzona e le Tre Valli hanno giocato bene la loro carta. Carì, poi, ha un suo perché: località invernale che negli ultimi anni ha dovuto fare i conti con difficoltà tecniche e scarso innevamento, ma dotata di qualità ambientale, paesaggio notevole e posizione interessante, a circa un’ora dall’Italia. Per un turismo outdoor meno massificato, è un luogo da prendere sul serio.

Il limite è che il prodotto resta parziale. Il Giro ha raccontato soprattutto un quarto di Ticino: Bellinzonese, Leventina, Blenio. Bene, anzi benissimo per le valli. Però Locarnese, Luganese e Mendrisiotto sembrano sullo sfondo, quasi spettatori di un’operazione che poteva essere più cantonale, internazionale, integrata. Per un territorio che vive di accessibilità, confine, lago, montagna, shopping, business, sport e qualità della vita, l’incastro poteva essere più ambizioso.

È la differenza tra evento e destination management. L’evento porta pubblico. Il destination management ben fatto costruisce itinerari, servizi, segnaletica, connessioni, bike hotel, noleggi, contenuti e percorsi permanenti. Su questo il Ticino ha potenziale enorme, ma la domanda resta aperta: sta vendendo una giornata rosa o sta costruendo una piattaforma cicloturistica? La risposta, per ora, è a metà: il prodotto non è sempre leggibile e non appare completo ed efficiente come in altri cantoni.

giro t16
foto: LaPresse

Dalle bici al ghiaccio: la voce di Martina

Erano tanti anche i volti dello sport, compresi quelli della bicicletta che hanno parzialmente appeso i pedali al chiodo, su tutti Vincenzo Nibali e Marco Aurelio Fontana. Non mancavano però medaglie e presenze olimpiche dagli sport invernali. Grande attesa per la rossocrociata Camille Rast, medaglia d’argento a Cortina il 18 febbraio. E poi la presenza della trimedagliata Martina Valcepina aggiunge una nota diversa, meno manageriale e più sportiva. Atleta a cinque cerchi dello short track, che ha rinunciato all’ultimo istante a Milano-Cortina per un brutto infortunio, sta lavorando con pazienza per recuperare, e la bici è diventata parte centrale della riabilitazione. Pedala molto dalle sue parti, a Bormio, con lo Stelvio come riferimento naturale: una geografia di salita, fatica e ritorno graduale alla competizione.

Martina Valcepina, ospite di Kometa

In Ticino ha trovato un Giro più colorato e coinvolgente di quanto si aspettasse. Conosceva poco la zona, se non qualche passaggio in bici tra Ascona e Locarno girando attorno al Lago Maggiore. La Svizzera l’ha stupita per atmosfera e qualità dell’accoglienza. Ma la sua osservazione più interessante riguarda il ghiaccio: in un Paese così forte negli sport invernali, con hockey, sci e curling, lo short track manca ancora. E le dispiace. Lo considera uno sport in crescita in Europa e vede nella Svizzera un potenziale ancora non espresso, a patto di avere strutture, cultura tecnica e volontà.

Il riferimento vale anche per il Ticino. Il Luganese ha appena aggiunto un terzo ice rink per il pattinaggio e hockey; perfino il curling stesso ha faticato a trovare una casa stabile, per dinamiche più economiche che sportive. Dettaglio laterale solo in apparenza: le infrastrutture non bastano se non diventano progetto, accesso, gestione e cultura d’uso.

Un filo svizzero nella storia rosa

C’è poi una nota di storia che non va dimenticata. Il Giro in Svizzera non è una stranezza contemporanea. Nel 1950 Hugo Koblet vinse la tappa Torino-Locarno e, poco dopo, prese la maglia rosa che avrebbe portato fino al trionfo finale. Fu il primo non italiano a vincere il Giro, interrompendo oltre quarant’anni di dominio nazionale, nonostante la compresenza di Coppi e Bartali. Locarno non fu solo una tappa: fu l’innesco di un Giro che cominciava a diventare europeo.

Da Locarno a Carì non c’è una linea diretta, ma c’è una memoria. Anche Ellena, parlando di Svizzera, ha richiamato il “locale” Rubens Bertogliati, ex corridore ticinese (unico della Svizzera italiana capace di vincere al Tour e vestire la maglia gialla) e oggi tecnico, conosciuto ai tempi dell’Androni e rimasto riferimento di competenza, correttezza e gentilezza: valori in via d’estinzione nelle generazioni attuali. Sono fili sottili, ma veri: il ciclismo vive anche di relazioni, luoghi, maestri, strade frequentate e memoria tecnica.

Il bilancio: occasione buona, non perfetta

La Bellinzona-Carì è una bella operazione sportiva, più coerente di altre uscite estere del Giro, più credibile della Bulgaria sul piano identitario, più facile da raccontare al pubblico italiano e internazionale. Ha montagne vere, pubblico competente, qualità organizzativa, paesaggio e una salita finale che può restare nella memoria.

Però resta un filo di opportunismo turistico: comprensibile, forse inevitabile, ma visibile. Il prodotto Ticino outdoor non appare ancora del tutto definito, non abbastanza integrato tra Sopra e Sottoceneri, tra valli e città, tra evento e offerta permanente. La tappa però è riuscita come vetrina. Per diventare investimento pieno e “riuscito” deve tuttavia dimostrare di generare ritorno dopo: cicloturisti, soggiorni, itinerari, contenuti, infrastrutture leggere e cultura della mobilità sportiva. Su questo gli investimenti non sembrano ancora reggere le aspettative più alte: ci sono promesse, ma la crescita di piste ciclabili e zone 30 urbane resta lenta, difficoltosa, compromissoria, a volte non migliore dell’Italia. Il referendum “perso” a Lugano nel settembre 2025 resta un segnale.

Il Giro porta il pubblico; il territorio deve trasformarlo in mercato. Il Ticino ha pagato e lavorato per avere la scena. I monti hanno risposto benissimo, Carì ha mostrato il suo valore, Bellinzona ha dato un’immagine ordinata e bella. Ora viene la parte più difficile: fare in modo che questa tappa non resti una parentesi rosa, ma diventi strategia. Dopo oltre 11 anni dall’ultima volta del Giro in Ticino, con arrivo a Lugano, è cambiato poco, forse troppo poco. Anche a questo “giro” si è persa l’occasione vera: non tutto il Ticino è stato raccontato. Ma quello che si è visto basta per dire che il potenziale c’è e che, qui, il Giro non è uscito dalla propria storia: anzi, l’ha ritrovata.

Tag: Bike Economyevidenzagiro d'italiagiro d'italia 2026

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