Gentile Direttore,
mi sono meravigliato a leggere “per estensione, si chiude un occhio quando ci si allena (potrebbe essere richiesto mostrare un tesserino sportivo)”. Quando opero sulla strada non interpreto la norma “per estensione” nemmeno “quando ci si allena” non valuto se conducente sta utilizzando quel mezzo per recarsi al lavoro, per andare ad assistere la madre malata o per allenarsi. Un tesserino sportivo non dà privilegi rispetto a motociclisti, automobilisti o camionisti. Considerando che siete i più esposti a possibili sinistri con danni alla persona mi aspetterei dei comportamenti molto più prudenti, come quelli tenuti dal ciclista solitario; invece quando siete in gruppo scadete nei peggiori comportamenti.
Ma forse sono prevenuto: il primo sinistro mortale rilevato tanti anni fa è stato un investimento da parte di chi “si allenava” imboccando in senso contrario una strada e investendo sull’ attraversamento pedonale un’anziana signora. Il ciclismo è l’ unico sport nel quale l’ allenamento si svolge su area aperta al pubblico. Immaginate gli allenamenti per i rally, per il tiro col l’arco o il lancio del giavellotto…
La Ferrari di F1 non è un autoveicolo, il bolide di Valentino Rossi non era un motociclo, la bicicletta che pesa 6801 grammi nel Giro d’Italia non è un velocipede, è come la racchetta di Sinner: un costosissimo concentrato di tecnologia per primeggiare rispetto ad un avversario.
Roberto Calabrò
Ma no, infatti. È solo buonsenso.
Non si tratta di un trattamento di favore per chi pratica sport, ma del fatto che l’applicazione delle norme richiede sempre valutazione e discernimento, qualità che distinguono l’azione di un agente da quella di un automatismo. Lo stesso buon senso che consente di cogliere la differenza tra un allenamento in bicicletta, svolto su un mezzo ammesso alla circolazione stradale, e un allenamento per rally.



































