Già nella primissima parte della corsa Giulio Ciccone aspirava chiaramente a vincere questa tappa. Ha provato più volte a inserirsi nei gruppetti inseguitori lanciati sulle tracce dei due fuggitivi, Davide Ballerini e Lorenzo Milesi. La sensazione, però, è che non abbia mai creduto davvero fino in fondo nella possibilità di una fuga da lontano e questo lo ha portato a collaborare poco nei vari tentativi di inseguimento. Il problema è che un nome pesante come il suo, quando entra in un gruppetto senza collaborare, finisce per uccidere la fuga. È rientrato dopo, con il gruppo che abbiamo visto tutti, ma la domanda è: se Ciccone avesse creduto fin dall’inizio nella fuga, collaborando con decisione insieme agli altri inseguitori di Ballerini e Milesi, sarebbe arrivato all’ultima salita con un vantaggio sufficiente per vincere? Non lo sapremo mai ovviamente, ma visto che le squadre di classifica hanno lasciato abbastanza fare, probabilmente la mossa giusta era proprio quella di partire da più lontano possibile.
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Alte frequenze
Si rivedono poi le alte frequenze di pedalata in salita. In realtà non è nemmeno una novità, perché per tutta la stagione Primoz Roglic ha riportato in auge un ritmo tra le 100 e le 105 pedalate al minuto nelle grandi salite, ma ora anche Felix Gall ha mostrato chiaramente questa tendenza. Forse si sta tornando, almeno in parte, a quelle teorie sulle alte cadenze introdotte da Lance Armstrong ormai più di vent’anni fa, quando si cercava di trovare più newton metri con ingranaggi più corti.
Falix Gall
Gall però è un inseguitore, un cacciatore, uno di quelli che rendono al massimo quando hanno un riferimento davanti. Non è il classico uomo capace di imporre un passo regolare e devastante da solo, come farebbe uno specialista delle cronometro. Ricorda certi corridori del passato, capaci di esaltarsi nell’attacco e nel corpo a corpo più che nella gestione solitaria dello sforzo, uomini come José María Jiménez o Richard Virenque.
Il suo attacco, infatti, non era di quelli irresistibili. Vingegaard si è quasi atteggiato già da maglia rosa pur senza averla sulle spalle. Ed è qui che Gall ha sbagliato. Continuando a tirare dopo l’attacco ha finito per costruire la situazione perfetta proprio per Vingegaard.

Se sul Blockhaus avevamo visto un Vingegaard che continuava a voltarsi quasi alla ricerca di conferme, oggi abbiamo visto Gall scattare senza una convinzione totale. Ed è forse questa la sensazione più strana che lascia questo Giro d’Italia: la corsa sembra ormai essersi chiusa attorno a due nomi che stanno distruggendo senza pietà i record sulle salite, eppure allo stesso tempo non trasmettono ancora quel senso di dominio psicologico, quel carisma feroce che avevano altri grandi campioni del passato che quando decidevano di attaccare lo facevano con una ferocia quasi brutale, senza esitazioni, senza sguardi all’indietro, dando la sensazione di voler spezzare la corsa e gli avversari in pochi secondi. Come un Armstrong – visto che lo abbiamo preso come esempio per il numero di pedalate – ma penso anche a un Contador o a Carapaz.
Lo spettacolo non è solo dato da prestazioni eccezionali. È anche linguaggio del corpo, sicurezza, capacità di intimidire l’avversario ancora prima dello scatto. A questo Giro invece si vedono campioni straordinari dal punto di vista atletico ma trattenuti, quasi prigionieri del controllo. E questa differenza, anche davanti a prestazioni mostruose, continua a mantenere l’ambiente dei tifosi un po’ freddo.



































