C’eravamo quasi tutti, alla quarta edizione della Ciclostorica Puglia, che ogni anno illumina il Ponte dei Morti (allouin per i ggiovani) con i suoi colori, le sue risa, la musica e le biciclette e i vestiti del tempo che fu e la sua rispettosa consapevolezza. C‘era persino lei: l’estate. Che di lasciare la Puglia proprio non le andava. Milano sì, non ci pensa due volte, e prima che finiscano le lavatrici delle vacanze, se l’è già bella che filata. Ma la Puglia…

Ed eccola lì, come toccasse ancora a lei, a far brillare il mare, a scaldare la spiaggia, a profumare l’aria di vacanza. A farci venir voglia di cantare Volare a squarciagola, di mettere le braghette corte e le maniche pure. E in questa strana e bellissima estate pugliese in contumacia, ci siamo ritrovati, arrivando alla spicciolata, e abbiamo passato un incredibile weekend longuette. Abbiamo riso, cantato, ci siamo abbracciati. Abbiamo pedalato tanto, mangiato e bevuto di più. Abbiamo fatto il bagno e condiviso discorsi scemi ma anche cose serie, parlando di cultura, facendo cultura. E abbiamo praticato la sostenibilità, più che parlarne.
Il ciclismo sostenibile, uno di noi
Perché portare in piazza a Polignano il Manifesto del Ciclismo Sostenibile e invitare i bambini a capirne a fondo i principi facendoglieli disegnare, è un gesto, non sono parole. Il manifesto era lì, esposto in piazza o “spalmato”, comandamento dopo comandamento, sulla scala che portava alla sede operativa della Ciclostorica – quasi a simboleggiare che il rispettarli tutti fosse un’elevazione personale, uno dopo l’altro – solo a beneficio di chi ancora non lo sa. Di chi ancora non lo fa.
Un gesto fondativo della società futura che vorremmo, per insegnarlo alle generazioni che verranno. Perché noi, il ciclismo sostenibile, lo conosciamo bene, è uno noi. È nelle magliette di lana o di cotone rattoppate di trent’anni fa, nelle bici recuperate in cantina e rimesse a posto con amore, piano piano. Nelle strade bianche scampate al catrame, nei sorrisi imbiancati di polvere. Nelle abbuffate di cibo genuino e a “pedale zero” che si fanno ai ristori, nel vino bevuto già ad ore indecenti che porta sempre l’etichetta di cantine della zona. Perché se il ciclismo in sé è il mezzo più sostenibile per antonomasia, quello d’epoca, che impersonifica le tre erre dell’economia circolare – recuperare, riciclare, riusare – e tutela il paesaggio, ancora di più. E la Ciclostorica Puglia va oltre: limita gli iscritti nel rispetto del territorio, abolisce gli sprechi, sostituisce le bottiglie usa e getta con borracce sostenibili e utilizza per la segnaletica materiali naturali recuperati.
Il venerdì del villaggio Ciclostorico
La Ciclostorica Puglia vera e propria comincia già il Venerdì mattina presto. Tutti al Ponte Borbonico per una sgambata con bagno finale. L’andatura è quella delle biciclettate “sciabadabadà”, in cui si chiacchiera e non si spinge. Il percorso, tutto diverso da quelli ufficiali su cui pedaleremo l’indomani. Molto pittoresco e avventuroso, nei prati tra gli ulivi e su sterrati aspri e mossi, a forte rischio foratura.

E infatti. Parecchi cambi camera d’aria e tantissime risate dopo ci fermiamo tornando a Polignano per un bagno estivo culminato in una focaccia barese buona da perdere i sensi. E il connubio bagno-merenda fa davvero tornar bambini, più ancora della bici, della compagnia, della goliardia.
Anche la cultura vuole la sua parte
Il pomeriggio invece finisce in cultura; infatti dopo la conferenza stampa nel suggestivo Museo pied dans l’eau Pino Pascali, veniamo avvolti dalle voci dei cantanti lirici che, sotto la luna ormai alta su uno dei litorali più famosi del mondo, intonano canzoni dell’antica tradizione pugliese e napoletana.

La cena, tutti insieme, chiude la giornata con un menu davvero squisito – antipastini pugliesi vari, paccheri al sugo di pesce e infine gamberoni – e ci ritiriamo mentre nell’aria sfumano le ultime canzoni stonate.
La partenza come una sagra
La mattina dopo la piazza antistante al Ponte Borbonico sembra una sagra di paese: allegra, rumorosa, caciarona. Il sole splende nell’aria ancora fresca e la partenza è scandita dagli abbracci della gioia del ritrovarsi, ed è proprio così che la chiama Bepi, “la Ciclostorica degli Abbracci”
E accompagnati dalla fanfara dei bersaglieri, via si va, per una pedalata che è un po’ un viaggio nelle bellezze di questa terra generosa e ospitale, nei suoi sapori così veri. I tre percorsi tra cui scegliere – il corto di 50, il lungo di 119 e l’Audace di 150 chilometri – danno proporzionatamente una visione completa del territorio, toccando mare, bellezze architettoniche e campagna nonché tratti della ciclovia dell’acquedotto pugliese e della Valle d’Itria.
Tutti impreziositi da ristori che definire luculliani è un eufemismo. Dopo un caffè d’obbligo con foto e “cori modugnani” di rito a Monopoli, la prima sosta ristoratrice, uguale per tutti, è alla Masseria Torre Coccaro, un 5 stelle lusso che ha messo a disposizione dei pedalatori il portico a bordo piscina con tavoli imbanditi di ogni ben di dio, dolce salato.
E di lì si continua tra gli olivi secolari, terra rossa separata da un nastro di strada bianca su cielo blu. Il paesaggio è bellissimo e vario, e inganna l’occhio fingendosi piatto, mentre è un infinito mangia-e – bevi (e non solo ai ristori) con alcune salite importanti soprattutto nel Percorso Lungo e nell’Audace, che allungherà le ruote fino a Ostuni.
Io pedalo lentamente, chiacchierando, e soprattutto fermandomi tanto ai ristori che si susseguono a una frequenza imbarazzante, tutti diversi per stile e cibo, tutti squisiti. Come quello di Locorotondo con pasta e fagioli e trippa, e quello di Alberobello gestito da giovani scout che offrono il bizzarro Panino Pasqualino, tipicissimo di lì, che contiene davvero tutto e il suo contrario, dal tonno al salame al formaggio e insalata giardiniera. E chissà cos’altro, magari Pasqualino in persona.

Il percorso lungo è ingannevole: quando mancano circa 30 chilometri e ti dicono “il peggio è passato”, ti senti già quasi arrivato e non capisci tutto quel parlare e chiedere delle luci…certo che le ho, ma sono le 2 del pomeriggio! E invece. Questi ultimi chilometri sembrano non passare mai, ma non solo in senso negativo. La latitudine della Puglia penalizza la luce che va via presto e il saliscendi continuo (anche se sì, il peggio è passato) con le gambe stanche porta via tempo.
La fortuna degli ultimi: il lusso di pedalare nel tramonto
E così, capita di nuovo. Come sempre mi trovo a pedalare tra gli ultimi, con l’aria che rinfresca di colpo, in una magica “luce a cavallo” tra il giorno e la sera. Capita sempre. Perché sono lenta, certo, ma anche per una predisposizione mentale. Il mio obbiettivo ad ogni ciclostorica è quello di godermela tutta, il paesaggio, il cibo, la gente, la luce che cambia. E quindi per me, più dura e meglio è. Ma stavolta, mentre pedalavo nella aria fresca e già buia, con la luce del sole che mi seguiva cambiando sfumature di colore al cielo, dal rosso al viola, dall’arancio al blu-verde, pensavo che quelli veloci, mica se l’erano goduto un tramonto così. All’arrivo, le orecchiette del Pasta Party hanno il loro perché anche al buio. E il divertimento continua, con la gara di lentezza, e le danze scatenate, le (molte) birre bevute ridendo.
Il mezzo che è anche un fine
Me ne torno nelle brume meneghine con la felice consapevolezza che divertendoci come matti e godendo di giornate lunghe e piene in posti naturali e bellissimi abbiamo fatto anche una cosa buona, per noi e la nostra salute, per il territorio e per l’ambiente.
È una fortuna rara, un po’ come se la Nutella facesse dimagrire.


































