Non pensatele come biciclette ma solo come idee, tipo quelle che vengono all’improvviso e allora le mettiamo insieme un po’ alla rinfusa. Ecco, le concept bike sono una cosa del genere: idee prima di essere messe in ordine ma con spunti interessanti. Guardatele così e se non hanno una logica così come sono definite, magari ne potranno avere in sviluppi diversi, ma le concept bike non cercano applicazione immediata.
Sono un’idea però, di quelle che ci piace tanto raccontare su Cyclinside perché testimoniano un’immaginazione che fa la bicicletta bella. Mercato e praticità decreteranno il successo o meno ma, in questo ambito, non hanno (ancora) importanza.

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Quello delle concept bike è un luogo che non è toccato da misurazioni tangibili e prestazioni misurate perché non si tratta di biciclette pensate per essere vendute domani, né di prototipi per una produzione immediata. Sono piuttosto visioni incarnate, architetture teoriche che traducono concetti in forma e che, proprio per questo, servono, per ora, più alla mente che ai pedali.

Biciclette e progetti di questo tipo non sono concepiti come prodotti finiti, né come risposte a un’esigenza di mercato contingente. Esse illustrano la tensione di far coincidere ciò che la tecnologia potrebbe fare con ciò che l’immaginazione ipotizza. È una modalità di pensiero applicato, un esercizio di sguardo che non si limita a risolvere problemi, ma a concepirli: quali nuovi modi di intendere l’esperienza di guida si potrebbero aprire se ci liberassimo dai vincoli del qui e ora?
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Cosa distingue una concept bike da un prototipo o da una bici da corsa?
Non è progettato pensando a una produzione il concept , né per essere inserito in una fascia di mercato presente. Il suo scopo è stimolare idee più che offrire soluzioni pronte all’uso. In filosofia si parla di concetti generativi: non sono risposte, ma strumenti per porre nuove domande. Così le concept bike non propongono prodotti definitivi, ma percorsi di pensiero incarnati in materiali e forme. Ogni elemento integrato, ogni soluzione strutturale inusuale, è un modo per sollecitare una riflessione su cosa potrebbe significare pedalare, vivere una bici, abitare lo spazio urbano o naturale su due ruote.

Perché le concept bike contano anche se non si pedalano
Viste nella loro interezza, le concept bike sono fondamentali perché offrono una mappa mentale del futuro. Non misurano solo l’aria o il peso, ma l’immaginario collettivo del ciclismo che verrà. Senza questo tipo di esercizio non nasceranno nuove tipologie di biciclette e non ci sarà spazio per innovazioni che potrebbero essere radicali restando entro quelle che sono marginali. Qualcuno potrebbe dire “meglio così”, ma se fosse stato sempre così non avremmo quasi nessuna delle biciclette moderne che pure ci piacciono.
Le concept bike sono, in parole povere, semi di futuro. Idee che, anche se oggi non hanno campo di applicazione immediato, nutrono la creatività e orientano le scelte tecnologiche di domani come accade in ogni disciplina dove il pensiero anticipa la forma.
Un po’ la filosofia che si racconta con cui Steve Jobs propose molte innovazioni in Apple. Lui immaginava una forma, un concetto, poi lasciava ai suoi ingegneri il farci stare dentro un computer o un telefono.

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Una concept bike, a ben guardare, era anche la bicicletta attribuita (giusto o sbagliato, qui non importa ora) a Leonardo da Vinci. Un concetto, appunto, e pure inutilizzabile, vista la totale mancanza di sterzo e l’instabilità cui avrebbe portato una realizzazione pedissequa di quel disegno. In contesti più vicini possono essere considerare dei concept tutti quegli esperimenti di cambi di velocità di cui erano ricchi gli ultimi anni dell’800. Una modernità mai vista e che si vide pure per poco visto che, ai tempi, si scontrò con tutti i limiti del tempo: materiali pesanti, strade polverose che finivano per incastrare meccanismi complessi e così via.
E poi pensate a quella bici di Leonardo ancora. Totalmente fuori dagli schemi, inutilizzabile, ma così avveniristica…


































