Ci ha pensato l’inglese Rapha a stilare di recente un prontuario sintetico su come evitare i raggiri on-line nel settore dell’abbigliamento sportivo, in particolare quello ciclistico.
Sì, perché oltre alle biciclette nel nostro settore sono oggetto di raggiri anche i capi di abbigliamento, e non solo perché in questo caso produrre un “falso” è relativamente più facile piuttosto a quel che può accadere ad un telaio di bici, un paio di ruote o un manubrio integrato.
Già, perché più che alla contraffazione in sé, Rapha si riferisce alle frodi on-line, fenomeno che il brand Britannico ha registrato in aumento, parallelamente al suo posizionamento di marchio sempre più solido sul mercato di settore mondiale.
L’esca dei social media
I raggiri, riporta Rapha, partono di solito dai social media, dove piattaforme fasulle catturano i potenziali clienti con sconti appetitosi, che poi lasciano gli acquirenti con le tasche vuote e senza alcun capo spedito…

Per arginare il problema il marchio inglese ha nel suo team di lavoro uno specialista di protezione della proprietà intellettuale e industriale: applica azioni legali e segnala eventuali siti falsi scovati su internet, ma come spesso accade, quella contro alcuni risvolti malevoli del web è un po’ una lotta con i mulini a vento.
Per evitare truffe, prevenzione e informazione rimangono pertanto gli strumenti migliori a beneficio dei consumatori.
Verificare l’indirizzo
Per prima cosa occorre dunque verificare l’autenticità dell’URL su cui si sta navigando: nel caso di Rapha il solo acquisto diretto di un articolo di questo marchio deve passare esclusivamente da Rapha.cc. Siti come raphavip.com o raphacycling-sale.shoph – ci ricorda Rapha – non sono legittimi.
Verificare il link è pertanto una buona regola per evitare spiacevoli inconvenienti: bisogna badare che la stringa dell’indirizzo non contenga errori di ortografia o caratteri ripetuti. In caso caso di dubbi, comunque, sempre bene contattare il clienti.
Quelle appena menzionate possono sembrare raccomandazioni ovvie o scontate ma non lo sono, soprattutto quando il cliente viene indirizzato al sito contraffatto attraverso la pubblicità su social media che non proviene da un account ufficiale del produttore e non indirizza all’acquisto sul sito legittimo.
Diffidare dell’urgenza
Diffidate senz’altro dall’acquisto se dall’altra parte del monitor ci sono attori che cercano di creare un senso di urgenza o peggio di riservatezza in quella operazione. La fretta è la classica modalità con cui i truffatori provano a persuadere la vittima ad agire.
Insomma, se qualcuno sta cercando di convincervi ad agire subito o che non sia possibile interagire con altri attori più fidati, molto probabilmente lì sotto c’è odor di truffa…
Mai pagare al telefono
Altra regola valida comunque per evitare qualsiasi forma di frode (non solo nel settore dell’abbigliamento bici… ) è quella di non pagare mai al telefono: mai lasciare le proprie informazioni bancarie a voce, dal telefono. Nessun marchio legittimo chiede di farlo. Qualora foste caduti in una simile leggerezza, verificate subito i registri del vostro istituto di credito, per verificare gli ultimi movimento sul conto.
Indicazioni o suggerimenti d’acquisto possono infine arrivare via e-mail: anche in questo caso occorre sempre verificare la legittimità dell’indirizzo non semplicemente da ciò che è riportato nel nome del mittente, ma piuttosto dalla vera mail sorgente da cui arriva il messaggio: indirizzi “strani” o non conformi a quello che potrebbe essere l’indirizzo del produttore ufficiale sono un indizio pesantissimo che dietro quell’invito ad acquistare c’è una truffa.
Ma prima di tutto il prezzo
E dalle indicazioni di un altro grande marchio mondiale dell’abbigliamento, Castelli, che ricordiamo di tenere in grossa considerazione il prezzo nella valutazione se dietro quell’acquisto ci sia una frode: avvisa chiaramente il brande veneto che basta confrontare il prezzo con il prezzo al dettaglio consigliato offerto dai rivenditori online autorizzati: “Se c’è una grande differenza di prezzo, si può essere sicuri al 99 per cento che il prodotto non è originale“.

Sempre Castelli ci ricorda di badare parecchio anche all’aspetto grafico del sito che si sta visitando: un rivenditore online autorizzato avrà probabilmente un sito web dall’aspetto professionale con informazioni di contatto e una linea di assistenza. Il sito web, inoltre, dovrebbe essere relativamente privo di errori grammaticali e di errori di ortografia. Se già una di queste condizioni non fosse soddisfatta è bene cominciare a diffidare di quel prodotto. Affidarsi alla qualità o alla bontà delle immagini che si visualizzano? No, può essere fuorviante, perché i contraffattori non si fanno scrupoli a rubare e usare le immagini e le specifiche dei prodotti originali riportandolo sui loro siti che sono però poco professionali a livello di lay-out.
Rimborso? Molto difficile
Va da sé che, una volta incappati nella truffa sarà molto difficile, se non impossibile, richiedere un rimborso al marchio legittimo oggetto di frode: evidentemente questi ha subito una palese violazione di immagine, di asset e di proprietà industriale.
È questo un problema cui da anni fa forte anche un’altra grande “griffe” dell’abbigliamento ciclistico, Assos, che già da anni ha una sezione apposita del suo sito dedicata alla contraffazione. Da qui il marchio elvetico fornisce chiare informazioni sul tenore di quelle che solo qualche giorno fa ha formalizzato Rapha: «Assos non è responsabile per eventuali truffe ai danni dei nostri clienti derivanti da siti fraudolenti che utilizzano indebitamente immagini e asset di proprietà aziendale».
E anche nella fattispecie di Assos, gli unici canali online diretti e ufficiali per l’acquisto dei prodotti sono: www.assos.com, www.assosoutlet.com

E la contraffazione?
Oltre a quello di frode, l’abbigliamento sportivo ciclistico è a volte oggetto anche di contraffazione.
Incappare nell’acquisto di un capo ciclistico “griffato” che in realtà si scopre essere un falso è fenomeno forse meno frequente delle frodi, ma comunque da non sottovalutare: in questo caso, infatti, la falsificazione è favorita da due condizioni favorevoli. Da una parte il prezzo oggettivamente elevato che hanno oggi i capi di tanti marchi blasonati dell’abbigliamento bici, dall’altra la spesa relativamente bassa sufficiente oggi all’eventuale contraffattore per approvvigionarsi di tecnologia o impianti di produzione per realizzare i falsi.
È così che sui banchi di punti vendita non ufficiali, di venditori di dubbia provenienza o anche sul mercato dell’usato non è infrequente trovare capi griffati ma evidentemente falsi.
Più raro, in questo caso, che ci sia un effettivo venditore online a fornire quella merce contraffatta, ma a volte può anche accadere che dietro quell’ e-commerce fraudolenta ci sia qualcuno che, magari dall’altra parte del mondo, ruba identità e proprietà dei marchi legittimi con stratagemmi simili a quelli visti per le frodi; e che una volta effettuate vendite e spedizioni “sparisce”, cancellando chissà come le sue identità societarie e/o finanziarie.
Scoprire di essere stati oggetto di contraffazione può in questo senso essere un amara sorpresa, non soltanto perché mai e poi mai un capo contraffatto potrà avvalersi degli stessi tessuti, della stessa tecnologia e delle stesse qualità tecniche del capo originale, ma anche perché oltre al danno c’è la beffa di essere passibile di sanzione amministrativa (da 100 a 7.000 euro) visto che per la Legge italiana anche chi compra beni contraffatti diventa comunque partecipe di violazione delle norme in materia di origine e provenienza dei prodotti e di proprietà industriale.


































