Appunti, taccuini, fogli sparsi. Questo Tour de France ha fatto consumare grandi quantità di inchiostro anche a chi è abituato al digitale. Sin da quella partenza fiorentina, che ora sembra così lontana, ci sono state tantissime cose da raccontare o, semplicemente da notare e da non perdere.
Le abbiamo riassunte in questi elenchi che diventano un po’ come i buoni e i cattivi sulla lavagna di scuola. Come vedrete, sono di più le cose che ci hanno colpiti positivamente rispetto alle cose meno belle che pure abbiamo notato.

Ecco il nostro elenco. Nei commenti, se vorrete, aggiungete le vostre.
- Il via da Firenze e l’Italia in generale. Ci ha fatto bene, inutile dirlo, questo assaggio di Tour de France a domicilio. Già a Firenze abbiamo incontrato tanti del settore presenti per imparare.
- I corridori al via. I partenti tendono a essere i migliori del mondo. Che puntino a classifica o a singole tappe, quelle del Tour valgono ognuna una classica, impossibile non esserci e nel ciclismo diluito in troppe competizioni, il Tour de France rimane un punto di incontro e confronto importante.
- L’organizzazione. Ci sono risorse importanti e si vede. Non si va al risparmio e si curano i dettagli. La carovana pubblicitaria ne dà la misura.
- La carovana pubblicitaria. L’abbiamo appena citata, va nominata: è uno spettacolo nello spettacolo. In Italia ne abbiamo avuto la versione “light” ridotta al 30 per cento, in Francia è un carosello che esalta i bambini ma anche i grandi. C’è chi va in strada solo per quella, poi ci sono anche i ciclisti.
- La trentacinquesima tappa di Cavendish. Un pezzo da annali del ciclismo. Una volata cercata e disputata come un ragazzino.
- Le lacrime di Vingegaard nell’undicesima tappa vinta nello sprinta a due con Pogacar. Racconta una bella storia che non è una sconfitta.
- Gli attacchi col cuore. Vingegaard che, da secondo e probabilmente sapendo di non essere all’altezza, ci ha provato e attaccato. Evenepoel che, a sua volta, ha provato a staccare il danese nella penultima tappa per sfidarlo sul secondo posto. Avrebbero perso meno stando a ruota, ma questo è segno di ciclismo che cambia. In meglio.
- Le tappe corte. Siamo istintivamente scettici su frazioni “da dilettanti” ma, alla fine, hanno fatto selezione e scatenato battaglie. Va riconosciuto.
- Le strade bianche. Altimetria piatta ma attacchi di continuo. Poi è stato un niente di fatto ma ci siamo passati una bella domenica (noi spettatori). Però bisogna permettere alle squadre di mettere degli assistenti lungo il percorso con biciclette di scorta perché lo spettacolo non deve trasformarsi nel rischio di buttare via un Tour per un colpo di sfortuna al momento sbagliato.
- Le pacche sulle spalle solo dopo l’arrivo. Prima è guerra sportiva. Dopo riconoscimento, rispetto e, magari, anche amicizia. È ciclismo che ci piace.
- Pogacar, il cannibale. Discussioni infinite sull’egoismo del campione che non lascia niente. I suoi tifosi, in crescita, lo hanno apprezzato pure per il contrasto tra quella faccia da ragazzino e la voracità sulla strada.
- Il carro scopa sponsorizzato da “lastminute” ha un che di geniale. E sulla mappa del live della corsa appare dov’è il carro scopa con la scritta “lastminute”. Sembra rivolto agli ultimi. Marketing e comunicazione vanno a braccetto. Non è un caso che il Tour sia così importante in tutti i sensi.
- La sala stampa e le coccole ai giornalisti. L’ufficio stampa del Tour ha sparato informazioni di gara e logistica a ogni ora del giorno. Non serve aspettare il comunicato totale della sera. Messaggi su navetta a disposizione, orari, attenzioni da porre per la logistica, i parcheggi migliori e quelli ormai pieni. Anche gli orari del buffet o le soluzioni per mangiare che a una certa ora non trovi più niente di aperto. Anche le raccomandazioni di avvisare se vi sentite poco bene quando la sala stampa (a Bologna) manca di aria condizionata e verificate pure che i colleghi stiano bene. In più un simpatico “lost & found” per i distratti che hanno dimenticato davvero di tutto (caricabatterie, appunti, persino computer, giacche) e, tranquilli, custodiamo noi.

Cosa non ci è piaciuto del Tour de France
- Le tappe piatte. Nel ciclismo moderno, spesso raccontato dal primo chilometro, non c’è più spazio per tappe soporifere che ubbidiscono alle squadre dei velocisti con il gruppo che pascola fino a 10 chilometri dall’arrivo. A volte meno. Il Giro potrebbe insegnare in questo caso.
- Gli spartitraffico. Ci sono in tutto il mondo ma quelli francesi sono sembrati, in più di un’occasione, colpevolmente segnalati male. Le conseguenze sono state diverse cadute. Una di queste ha provocato il ritiro di Roglic, un protagonista. Per Pogacar c’è mancato davvero poco e sarebbe stato un disastro per tutti. Si può fare molto meglio.
- Pochi italiani. Ok ce ne son pochi nelle World Tour e le altre squadre non le invitano al Tour. Tra sfortune e valori, alla fine, ci è rimasto solo tifare per Ciccone nei primi dieci. E ci è andata male. Bisogna correre ai ripari.
- I tifosi idioti. Vero che ne basta uno a rovinare tutto, ma anche uno è troppo. Ne abbiamo parlato, si rischia pure in prima persona (come quello che tirava le patatine che è stato fermato dalla gendarmeria) e si possono mettere in pericolo i corridori. In occasioni così importanti il ciclismo mette in evidenza tutta la fragilità delle strade.
- Alcune decisioni della giuria. Il corridore punito per essersi fermato in “visita parenti”, la visita parenti è un’istituzione del ciclismo, ma si può? Così come non ci è piaciuta la sanzione a Ballerini che si è fermato in fondo al rettilineo per vedere la volata della 35° tappa vittoriosa del compagno di squadra, Cavendish al Tour de France. Non ce n’era davvero bisogno.
- Pogacar, il cannibale. C’è modo e modo di essere cannibali. E quella tappa soffiata sotto il naso a Vingegaard, più che una vittoria, è stata un’occasione persa per farsi voler bene ancora di più. Sì, è stato a ruota per non favorire nessuno nella sfida per il podio, ma allora, vinta per vinta, tanto valeva scappare via prima come avrebbe potuto. Restiamo nelle chiacchiere da bar comunque.
- I sospetti. Vanno troppo forte questi corridori? Pogacar, ovviamente, è l’indiziato numero uno (come lo scorso anno Vingegaard). Ma indiziati di cosa? Degli errori di un ciclismo che dovrebbe essere passato. Per i corridori è un peso che non meritano, noi rischiamo di rovinarci uno stupore bello che non basta per parlare di prove. Poi occhi aperti sempre, anche su personaggi con un passato torbido che continuano a girare nel ciclismo, ma non roviniamoci lo spettacolo e l’ammirazione verso campioni che nascono, se va bene, ogni 50 anni. Sicuri che vogliamo perderceli così?
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