Sembrava fossimo in pochi ma, alla fine, la sale era gremita. Quella della Alfredo Binda, nel cuore di Varese, racconta la storia della Tre Valli, stavolta quella di Fausto Coppi. La scusa è stata la presentazione del libro di Luciana Rota “Fausto, il mio Coppi” (ed. DFG Lab 2025) ma con la presenza anche di Alfredo Bonariva, gregario di Coppi. È stato proprio lui ad aprire la giornata.
«Si andava in bici per divertirsi, non per i watt o i numeri» ha semplificato Bonariva, ultimo gregario di Fausto Coppi. In sala, dietro le parole, scorrevano le immagini d’epoca del Campionissimo: in filmati inediti raccolti proprio con il contributo di Luciana Rota.

Bonariva: “Era uno come noi, ma con qualcosa in più”
Classe 1935, milanese, Alfredo Bonariva ha corso accanto a Coppi nel 1958, alla Bianchi. «Avevo poco più di vent’anni e per me Fausto era già leggenda, – racconta. – Eppure, era semplice, alla mano. Non faceva mai pesare la sua grandezza. Quando ci allenavamo, scherzava, ti metteva a tuo agio. Non era come Bartali, che era un brontolone. Fausto era gentile, ironico, curioso».
Bonariva rievoca il suo ciclismo, dove il gregario non era un mestiere, ma un patto d’onore. «Alla Tre Valli del 1958 gli ho ceduto la mia ruota: aveva forato, e doveva rientrare in gruppo per giocarsi la convocazione ai Mondiali. È arrivato in fondo, e grazie a quella corsa andò ai Mondiali. Mi piace pensare di avergli dato una mano anche io».

Il ciclismo di allora non aveva allenatori scientifici, nutrizionisti o computer da manubrio. «Si pedalava con il cuore» dice Bonariva. Ma Fausto era avanti, cercava sempre qualcosa di nuovo. Diceva: ‘Se una modifica tecnica può farmi vincere una corsa, non posso ignorarla’. Era già un moderno, un precursore. Oggi diremmo che cercava il marginal gain. Lo racconta bene, in questo senso, Luciana Rota, giornalista e scrittrice, nel suo libro “Fausto, il mio Coppi” (la recensione è qui).
La Dama Bianca vista dai gregari
Quando parla della Dama Bianca, Giulia Occhini, Bonariva abbassa un po’ la voce. «Con lei non era facile avvicinarlo – ammette. – Era gelosa, non voleva che gli amici lo disturbassero. Una volta andai a casa loro, lei mi disse che Fausto stava riposando e non potevo entrare. Da lì ho capito che qualcosa era cambiato. Poi ho cambiato squadra».
Per molti gregari, quell’amore fu un confine invisibile. «La Dama Bianca era riservata, ma fredda. Sembrava che volesse proteggere Fausto da tutto, anche da noi. Era difficile stargli vicino. In tanti pensavano che quella storia lo avesse isolato».
Non c’è rancore nel racconto di Bonariva, solo la malinconia di chi ha visto un uomo complicato, diviso tra passione e destino. E che aveva pudore nel confondere i due mondi. «Quando si andava in riviera Coppi lo vedevamo solo in allenamento, poi stava con lei».

Luciana Rota: il racconto di Fausto dagli appunti del padre
A raccogliere e reinterpretare quella complessità è stata Luciana Rota, giornalista e scrittrice, autrice del libro “Coppi, il mio Fausto” . Un titolo personale, quasi affettuoso, che si contrappone al Coppi collettivo raccontato in oltre duecento libri. «La voce di Bruna Ciampolini, la moglie, era rimasta nell’ombra. Mio padre, Franco Rota, fu il suo confidente e il portavoce di Fausto in un tempo in cui non esistevano gli addetti stampa. È attraverso di lui che ho scoperto il diario di Bruna: lo sfogo intimo di una donna che ha amato, sofferto e non ha mai giudicato».
Il libro nasce da quelle pagine dimenticate, pubblicate a puntate su un settimanale dell’epoca (Le Ore, conferma Rota «Ma una volta non aveva niente a che fare col porno» chiarisce). Una testimonianza che restituisce il lato privato del campione e della sua famiglia, senza mitizzazioni né condanne. «Bruna parla con dignità – spiega Rota. – Racconta la fatica di vivere accanto a un uomo amato da tutti, ma che non le apparteneva più. Eppure, non lo giudica mai. È una lezione che vale ancora oggi: la sospensione del giudizio».
Un mito che non invecchia
Rota affronta anche la domanda che aleggia da sempre: perché continuiamo a parlare di Coppi?
«Perché i miti non muoiono – risponde. – E i veri miti sono pochi. Come Muhammad Ali, Coppi ha rappresentato un’epoca, ma anche qualcosa di più: il coraggio di essere diverso. È morto giovane, nel pieno della sua storia. E quando un mito muore presto, resta per sempre giovane nella memoria».
Nel libro, Rota intreccia anche le voci del presente: atleti e personaggi che raccontano cosa rappresenti oggi Fausto Coppi. «Ognuno di loro, da Paola Pezzo a Vincenzo Nibali, lo percepisce come parte della propria famiglia sportiva. È un simbolo dell’Italia che lavora, soffre e sogna. Raccontarlo è un modo per tenere viva quella memoria collettiva».
L’eredità di un uomo
Durante la presentazione, l’emozione si è mescolata alla memoria. Bonariva e Rota – il testimone diretto e la custode delle parole – hanno disegnato due volti complementari dello stesso uomo. Il primo, quello dell’amico e del corridore; la seconda, quello dell’uomo fragile e del mito eterno.
Coppi era un innovatore, ma restava umano. Aveva i suoi limiti, le sue paure. È questo che ci parla ancora oggi. Non solo le sue vittorie, ma la sua capacità di sbagliare, di amare, di essere vulnerabile.
E forse è proprio questa la chiave della sua immortalità.
In Coppi convivono il campione e l’uomo, il mito e il silenzio, la gloria e la solitudine.
È l’Italia che pedala per rialzarsi dopo la guerra, ma anche quella che cerca sé stessa nel ricordo dei propri eroi.


































