Il mercato della bicicletta in Italia continua a rallentare, ma il dato più significativo non è il segno meno. È quello che c’è dietro che preoccupa e sottolinea uno scollamento tra realtà e situazione aziendale.
Secondo i dati presentati da ANCMA, il 2025 si chiude con 1.303.000 biciclette vendute, in calo del quattro per cento rispetto all’anno precedente. Un dato che, preso da solo, potrebbe sembrare quasi una stabilizzazione dopo gli scossoni post-pandemia. Ma è una lettura superficiale e, soprattutto, basta guardare i volti dei rappresentati di Confindustria ANCMA e dei titolari d’azienda presenti per capire che il problema è strutturale e, con ogni probabilità, farà ancora male per tutto il 2026.
Vendite: il calo è contenuto, ma cambia il mercato
Nel dettaglio, le biciclette tradizionali scendono a 1.047.000 unità (-3 per cento), mentre le e-bike si fermano a 256.000 (-7 per cento).
Il punto è che il calo complessivo nasconde un cambiamento profondo negli equilibri del mercato.
A soffrire è soprattutto il canale specializzato, che resta il cuore del settore: -14 per cento sulle e-bike e -8 per cento sulle biciclette tradizionali. Il calo delle e-bike colpisce molto e viene associato anche alla diffusione su scala sempre più ampia di veicoli irregolari.
A compensare, almeno in parte, sono altri canali: grande distribuzione, elettronica e online, che recuperano volumi soprattutto nei segmenti più bassi di prezzo.
Il risultato è un mercato che regge nei numeri, ma si sposta verso il basso. E questo ha un impatto diretto sui margini.

Il nodo vero: margini e sconti
È qui che si inserisce la lettura più critica emersa durante la presentazione: il settore ha sostenuto il mercato con forti politiche commerciali, ma pagando il prezzo in termini di redditività.
Dietro il -4 per cento delle vendite ci sono milioni investiti per smaltire stock e mantenere i volumi, mentre i magazzini restano ancora pieni. Una situazione che lascia prevedere un 2026 ancora complicato. Gli sconti hanno fatto male al mercato perché se inizialmente hanno dato ossigeno nel momento di massima crisi (che, ricordiamo, è arrivato dopo anni di prosperità inaspettata grazie alla congiunzione di incentivi e periodo post-covid) ma hanno svalutato un valore che non si è saputo spiegare, oltretutto scaricando spesso gli sconti sui negozianti che avevano ancora stock di biciclette acquistate a prezzo pieno. E la filiera non può tenere questi sconti.

L’industria? Resiste, ma non basta
Sul fronte industriale il quadro è più articolato.
Le biciclette tradizionali mostrano segnali di tenuta: produzione a 1.805.000 unità (+6 per cento) ed export a 1.042.000 (+11 per cento).
Le e-bike, invece, arretrano su tutti i fronti: produzione -17 per cento, export -20,7 per cento, con un calo anche in valore.
La bilancia commerciale resta positiva (+172 milioni), confermando la capacità della filiera italiana di creare valore.
Ma questo non compensa la debolezza del mercato interno.

E-bike: il problema non è solo la domanda
Il segmento elettrico resta fermo intorno al 20 per cento del totale venduto, lontano dai livelli dei principali Paesi europei.
Le cause sono note e ormai strutturali e non bastano più le promesse e i “si farà”. ANCMA ha riassunto così le cause:
- mancanza di infrastrutture adeguate
- scarsa integrazione nelle politiche di mobilità
- concorrenza di prodotti non conformi venduti come e-bike
Su quest’ultimo punto ANCMA chiede interventi chiari: il fenomeno delle cosiddette “e-bike illegali” altera il mercato e crea problemi sia di sicurezza sia di concorrenza.

Retail: tiene grazie ai servizi
Nonostante il calo delle vendite, il numero dei negozi specializzati cresce leggermente (oltre 4.000 punti vendita).
Un segnale interessante: il retail resiste grazie ai servizi, più che alle vendite.
Manutenzione, assistenza e post-vendita diventano sempre più centrali in un contesto in cui l’uso della bicicletta continua a crescere.
Un mercato che vale ancora, ma ha perso slancio
Il valore complessivo del mercato si attesta intorno ai 2,5 miliardi di euro: meno dei 3,2 miliardi del 2022, ma ancora sopra i livelli pre-Covid.
Il comparto industriale conta circa 220 aziende, 17.000 addetti e un fatturato di 1,9 miliardi di euro.
Numeri importanti, ma in contrazione.

Il vero limite resta fuori dal mercato
Il punto più critico non è industriale, ma sistemico e culturale, mal sopportata dalla politica che non ne riesce nemmeno a vedere il vantaggio economico che potrebbe portare.
In Italia la bicicletta continua a essere percepita più come tempo libero che come mezzo di mobilità.
Gli investimenti in infrastrutture restano limitati, e questo frena soprattutto lo sviluppo dell’elettrico.
Il confronto con altri Paesi europei è netto: dove la bici è parte della mobilità, il mercato cresce. Dove non lo è, resta stagnante.
Le richieste: infrastrutture, regole, politica industriale
ANCMA ribadisce le priorità: investimenti reali in infrastrutture ciclabili, controlli sui prodotti non conformi, sostegno al mercato interno, valorizzazione del negozio specializzato.
Non solo incentivi, ma una strategia complessiva.
Prospettive: il 2026 non sarà ancora l’anno della svolta
Dopo la crisi iniziata nel 2023 e la stabilizzazione del 2024, il 2025 conferma che la fase difficile non è finita.
Le scorte ancora elevate e la debolezza della domanda indicano che anche il 2026 sarà un anno di transizione.
La differenza, come spesso accade, non la faranno i numeri di breve periodo.
Ma le scelte strutturali: infrastrutture, politiche e posizionamento del settore.
Perché il mercato della bici in Italia non è fermo.
È in cerca di una direzione che non può essere più quella tenuta fino ad ora. Il primo che se ne rende conto vince. Scommettiamo?







































