La creatività può avere la forma di un capannone grigio, quello di Rosti, che si apre alla fantasia appena varcata la porta. Il logo riporta alle corse, una parete enorme di immagini percorre storia e conquiste, maglie e vittorie. Ricordi a colori evocati da un tetris di immagini in bianco e nero.
Il navigatore dice Brembate, provincia di Bergamo. È qui che siamo andati a curiosare tra maglie e colori, computer, plotter e macchine per cucire utilizzate come strumenti di precisione grazie all’azione di chi sa tradurre esigenze ciclistiche in alta sartoria.
Qui, basta scambiare due parole con Giovanni Alborghetti che qui è il cappellaio matto, per capire che non è solo una questione di tessuti e di cuciture, ma di visione.
Rosti è un’azienda nata familiare, cresciuta negli anni Novanta partendo da un piccolo laboratorio e arrivata oggi a dialogare con il ciclismo professionistico senza perdere un’identità precisa: raccontare la bicicletta come stile di vita.

Il punto di partenza non è la performance. O meglio, non è più solo quella.
«Il ciclismo si sta trasformando», racconta Giovanni Alborghetti, anima creativa dell’azienda. «La gente lo vive sempre meno come sport agonistico e sempre più come uno stile di vita». È un passaggio che cambia il modo di pedalare, ma anche il modo di presentarsi, di stare in mezzo agli altri, di vivere la bicicletta fuori dai momenti “ufficiali”.
Dentro il capannone, il processo è lineare e concreto. Si parte dalla scelta del modello su catalogo, si passa alla progettazione grafica, alla disposizione dei pannelli, colori, tessuti, scritte davanti, dietro, e sui fianchi e poi alla stampa. Ogni capo prende forma attraverso un ciclo preciso: plotter, sublimazione, calandra, cucitura. Ogni maglia nasce da un foglio stampato su misura, ogni pezzo ha il suo tempo e, finita la fase tecnologica, arrivano le mani: sei persone alla macchina da cucire, otto ore al giorno, fino a cento capi nelle giornate più semplici.
È una produzione che resta interna, visibile, e raccontabile passo dopo passo, come abbiamo fatto nel nostro video-reportage veloce. «Qui succede tutto – ci dice Francesca Giannuzzi, Responsabile Prodotto e Ufficio Grafico – Dalla progettazione alla confezione finale».
Dall’idea, che spesso arriva su carta, scarabocchiata dal cliente e poi rielaborata dai grafici al controllo qualità che verifica capo per capo fino alla cucitura dei fondelli, prima di imbustare tutto per la spedizione finale.
Il lavoro è sempre uguale e cambia di continuo, ci sono i modelli nuovi che richiedono di ripensare ai passaggi da fare, c’è una squadra sincronizzata che si riallinea a ogni novità, sotto forma di nuovo taglio o tessuto da lavorare.

Alborghetti batter il ritmo, le cuffie in testa cogliere velocità e ispirazione. Lui non arriva dalle corse e la bicicletta l’ha scoperta un po’ per volta, viaggiando. Non gare, ma lunghi percorsi: Amsterdam, Santiago, Roma. Un ciclismo senza cronometro, più vicino alla libertà che alla prestazione. «Ho iniziato ad andare in bici tardi», racconta. «Ho letto un libro durante una vacanza, sono tornato, ho venduto il camper e ho comprato una bici». Da lì, il suo modo di vedere il ciclismo è cambiato e ha arricchito il ciclismo della sua esperienza.
La domanda è semplice: perché vestirsi come un corridore quando non si corre? «Non posso entrare in un ristorante o in un bar con una maglia da gara – spiega. – Devo avere uno stile mio, devo sentirmi parte del mondo dei ciclisti senza essere per forza un agonista».
È che Rosti diventa un marchio con la sua unicità. Il ciclismo smette di essere uniforme e inizia a differenziarsi. Gravel, viaggi, uso quotidiano: cambia il contesto e deve cambiare anche l’abbigliamento. «Andare in bicicletta non è per forza arrivare primo – dice ancora Alborghetti – è anche farsi notare, avere uno stile, vivere la strada in modo diverso».

Da qui nascono le sperimentazioni. La più evidente è il pantaloncino in denim, jeans. Un materiale che arriva dal lavoro e viene portato sulla bicicletta. Non come provocazione, ma come ricerca. «Il denim è un tessuto universale, nasce per i lavoratori e più lavoratori dei ciclisti non ce ne sono». Il progetto richiede tempo, studio, test. Viene provato anche da atleti professionisti, per verificarne la tenuta su lunghe distanze.
Ma l’obiettivo non è il World Tour.
«È pensato per chi non fa agonismo, ma per chi usa la bici per viaggiare, per stare nella natura, per vivere». Un capo che può stare in sella per ore e poi entrare in un bar o in un negozio senza creare distanza.

Il tema dei materiali torna centrale. Il ciclismo moderno ha abbandonato la lana, ha scelto il sintetico, ma oggi si apre una nuova fase.
«Evoluzione? Siamo ancora alla preistoria – sostiene Alborghetti – c’è tantissimo da fare». La direzione è chiara: fibre naturali, sostenibilità, ricerca. «Dobbiamo tornare a guardare alla natura, non distruggerla, ma usarla meglio».
Il prodotto vale più di quello che costa, c’è ricerca, ci sono materiali, c’è lavoro. Ma il mercato fatica a riconoscerlo
Anche il prezzo entra nel discorso. In un mercato spesso orientato al ribasso, la percezione è diversa: «Il prodotto vale più di quello che costa, c’è ricerca, ci sono materiali, c’è lavoro. Ma il mercato fatica a riconoscerlo».
E poi c’è lo stile. Non solo grafica, ma identità.
«Hanno tolto colore, hanno tolto fantasia.
«Si tende a copiare, a uniformare. Ma manca la sostanza».
È una critica che riguarda l’intero settore, non solo il ciclismo, e apre a una riflessione su come si costruisce oggi il prodotto.
Il futuro, in questa visione, è già delineato secondo Alborghetti
«Il ciclista di domani sarà diverso, lo immagino vestito in gran parte con fibre naturali, con capi meno attillati, più casual. Devi poter fare un giro e poi andare a cena senza cambiarti». La sintesi è tutta qui.
Quella di Alborghetti, quindi di Rosti è di un ciclismo che resta fatica ma non torna al passato, anzi si apre a un uso più ampio che ha a che fare col vivere gli spazi.
Dentro Rosti, tra macchine da stampa e tavoli da cucito, questa trasformazione è già iniziata con un processo lento, concreto, ancora in parte chiuso nei «cassetti» di cui parla Alborghetti e che non ci apre ancora. «Ci sono tante idee – sorride – Ma le cose vanno fatte bene e il tempo serve».
È una filosofia che guarda avanti senza rompere con quello che c’è stato. Dal telaio in lana di una volta ai tessuti di oggi, fino alle fibre naturali di domani. Sempre con lo stesso obiettivo: rendere il ciclismo qualcosa che si vive, non solo qualcosa che si misura.
Ulteriori informazioni: https://www.rosti.it/
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