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Home Cicloturismo

Doping, granfondo e il senso delle cose

Redazione di Redazione
13 Aprile 2016
in Cicloturismo, Eventi e cultura, TechNews
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Doping, granfondo e il senso delle cose

C’è una bomba a orologeria che continua a scoppiare e a far tornare a galla gli stessi discorsi nel mondo amatoriale. Ci si trova a discutere e a considerare diverse posizioni. C’è chi è stufo di andare alle granfondo agonistiche, pagare tanto, per garantire la “gara” dei primi (auto di assistenza, traffico bloccato) e farsi la sua granfondo con spirito cicloturistico che, in effetti, necessiterebbe di molto meno. Poi ci sono quelli che comunque non vogliono rinunciare alla classifica, pur solo per la sfida con gli amici. Anche questi, però, sono tagliati fuori dai primi, solitamente il dieci per cento dei partenti (siamo ottimisti), che realmente hanno ambizioni di classifica.

Di fatto in ogni granfondo ci sono due avvenimenti: i primi e poi gli altri. Percentuali e numeri variabili. Compreso qualche “primo” che si mescola anche tra “gli altri” e qui c’è la miscela esplosiva: l’interpretazione dell’evento agonistico quando ormai si è tagliati fuori da qualsiasi lotta per la classifica (dai, dopo i primi 50 – e siamo buoni – cosa si guarda a fare la classifica? Si può ammettere solo la sfida tra amici, ma senza esasperazioni) con tutte le esagerazioni che ne conseguono. C’è chi se la prende perché qualcuno più lento gli fa perdere tempo, chi sbraita agli incroci, chi, in generale, ha il “vaffanculo in tasca” e non lo nega a nessuno.

La bomba a orologeria di cui si diceva in apertura è quella del doping. L’esasperazione porta trovare scorciatoie e mezzi di sopravvivenza a qualsiasi costo. Il doping non è solo quello dei personaggi pescati positivi di recente, ma anche quello di chi non si ferma quando qualcuno cade e si fa male davvero. Per proseguire la sua rincorsa all’ennesima posizione in classifica. Un episodio di questo tipo lo ha sottolineato proprio Gianluca Santilli, responsabile dell’attività amatoriale all’interno della FCI ed organizzatore della Granfondo Campagnolo Roma, da cui ha pensato bene di togliere le classifiche generali lasciando solo lo sfogo dei tratti in salita cronometrati. Alcuni, per questo, hanno storto la bocca ed hanno finito per giocarsi lo stesso l’arrivo in volata anche dove la classifica (senza premiazione) era comunque quella del tempo di passaggio sui tappeti cronometrici, non della linea di arrivo. C’è una differenza, in questo, che non qualcuno non vuole recepire evidentemente.

Granfondo Campagnolo RomaC’è una differenza di intenti che fa anche comodo a molti organizzatori che continuano a parlare delle loro manifestazioni come di vere e proprie gare e il lunedì mandano il comunicato stampa con la cronaca della corsa che manco alla Parigi-Roubaix… con la differenza che ci sono nomi di (poco) illustri sconosciuti. E quelli conosciuti sono ex professionisti riciclati alla convenienza (se ne hanno un guadagno economico come biasimarli?) che pure è una stortura di questo settore.
Ripescando in archivio abbiamo ritrovato un articolo di qualche anno fa. Vale la pena riproporlo per rendersi conto quanto poco sia cambiato questo mondo al di là dei proclami che, pure allora, furono molto forti e convinti. Era il 2010:

C’è qualcosa che non torna nelle Granfondo e quel che è accaduto nell’ultima edizione della Maratona delle Dolomiti forse ne è, ancora una volta, l’evidenza.

A scatenare la polemica è stato proprio il vincitore della prova, Daniele Maccanti. Nessuna irregolarità commessa in corsa per il ciclista ferrarese. Non ha certo rischiato la squalifica come il vincitore dello scorso anno colto in flagranza di reato mentre gettava una confezione vuota di integratori in mezzo alla strada (con l’organizzatore che voleva buttarlo fuori corsa solo perché ha fatto una cosa che fanno migliaia di ciclisti col numero sulle spalle). Il vincitore di quest’anno, ex corridore professionista, era risultato positivo all’Epo lo scorso 15 maggio nel corso dei campionati a cronometro UISP.

Un pessimo esempio, tanto più portato da un ex corridore professionista.
Nel pasticcio ci si infilano volentieri gli enti che riconoscendosi poco tra loro ignorano squalifiche e regolamenti gli uni degli altri col risultato che un ciclista squalificato ed evidentemente da lasciare fuori corsa viene comunque accettato e fatto partire. Alla fine una tessera ce l’ha, l’iscrizione l’ha pagata e tanto può bastare.

Per parlare di pasticcio, tuttavia, non serve neppure arrivare alla questione dei corridori professionisti alle granfondo. Il problema è più a monte. Qui non si tratta di ammettere o meno un professionista o uno squalificato, ma di interrogarsi su cosa sia realmente una granfondo e a chi sia rivolta.

Basandoci sulle categorie federali troviamo quelle agonistiche e quelle non agonistiche. Chi ha voglia di correre può farlo a partire dai sei anni, con la categoria G1 dei Giovanissimi, per proseguire tutto l’iter fino agli Under23 e poi sperare nel grande salto del professionismo. I chilometraggi di ogni prova sono commisurati allo sforzo sostenibile tenendo conto dell’età dell’atleta.

Chi è al di fuori di queste categorie può comunque soddisfare la propria voglia di agonismo tramite le categorie amatoriali (previste dalla stessa Federazione Ciclistica Italiana, ma anche da altri enti “collaterali” e riconosciuti dalla stessa FCI).
L’agonismo c’è tutto, ma si tiene conto del fatto che chi partecipa a queste gare non fa del ciclismo la sua attività principale. I chilometraggi quindi sono bilanciati: chi lavora non ha il tempo di allenarsi come un professionista. Sarebbe una contraddizione.

Infine ci sono le categorie cicloturistiche. Qui l’agonismo non c’è. Si pedala per piacere e per stare insieme e le distanze possono aumentare anche parecchio. Premi e riconoscimenti ci sono, ma si pensa alla squadra più numerosa, a quello che viene da più lontano, a chi ha avuto più sfortuna, al più giovane e al più vecchio e così via.
Ci sono i brevetti, con un tempo massimo da rispettare per poterli ottenere.
Del settore cicloturistico, una volta, facevano parte anche le granfondo. Prove anche superiori ai 200 chilometri ma, giustamente, bandite dall’agonismo proprio perché rivolte a chi non va in bici per professione.

Invece le cose sono cambiate, piano piano. La tentazione di mettere il numero sulla schiena (o sulla bici) anche nelle granfondo ha trasformato queste prove in vere e proprie gare, con ordine di arrivo e preparazioni specifiche che si sono allontanate sempre più da un’attività normalmente sostenibile da un comune ciclista “per passione” e non per professione.

L’esaltazione data da diversi giornali di settore ha fatto nascere questa “serie B” del ciclismo nella quale sono andati a parcheggiarsi atleti che da professionisti non hanno sfondato (o sono stati cacciati via con disonore), ma da granfondisti vanno fortissimo ottenendo copertine sui giornali e pubblicità. Di conseguenza arrivano anche i soldi.

Non si può farne una colpa ai corridori. Chi è abituato a vivere pedalando in bici va dove conviene di più. Probabilmente anche la Federazione ha seguito lo stesso vento poiché le granfondo muovono tantissime persone, non solo ciclisti. Per alcune zone sono una vera e propria manna a livello turistico. E certamente ben venga questo.

Tutti contenti allora? Forse no se poi ci si trova a presentare in diretta RAI (la Maratona delle Dolomiti gode di una visibilità non indifferente sulla tv di stato) qualcuno che non è un grande esempio di sportività.

Ma soprattutto, non c’è il rischio di spostare l’interesse agonistico verso qualcosa di fuorviante? Chi ha gambe per andare forte vada dove può esprimere il meglio di sé e magari ottenere risultati importanti. Sfidarsi ogni domenica su distanze di oltre 150 chilometri è roba da professionisti. Perché continuare a chiamarli cicloamatori?

È vero che la maggior parte dei veri cicloamatori se ne infischia e, nel suo piccolo (inteso come tempo per allenarsi) continua a sfidarsi cercando di migliorare con sé stessi, ma forse la Federazione dovrebbe accorgersi che qualcosa non funziona. E il ciclismo, tanto per cambiare, non ci fa una bella figura.

Granfondo Campagnolo RomaC’è da dire che le manifestazioni principali, rispetto a sei anni fa, qualcosa stanno facendo per cautelarsi dai personaggi pericolosi. Sono questi, purtroppo, che continuano ad esistere a quanto pare e a far danno. E per un ex-professionista probabilmente non c’è nemmeno il vanto della vittoria nella granfondo, solo il vantaggio economico. O almeno ci auguriamo per lui. E allora forse è lì che si deve intervenire.

Gli altri, che di agonismo ne sanno poco, evidentemente, e si lasciano andare all’illusione della classifica fine a se stessa e partono col coltello tra i denti e un bel po’ di maleducazione, vale sempre la solita esortazione: vanno ridimensionati. Far passare il messaggio che anche dopo aver vinto tante granfondo si resta sempre dei signor nessuno nel mondo del ciclismo vero, magari chiedendosi dove trovino il tempo per allenarsi per tanti chilometri. Perché il controsenso delle granfondo è proprio questo: sono rivolte a persone comuni che, di lavoro, non fanno il corridore ciclista – altrimenti la stortura sarebbe ancora peggiore – ma fatte ad un certo livello richiedono allenamenti importanti che fanno trascurare il lavoro o la famiglia o tutt’e due e ci sono poche eccezioni.
La prova che molte manifestazioni ciclistiche, di nuovo cicloturistiche, stiano avendo successo crescente è un segnale indicativo di molti che stanno iniziando a tornare indietro.

D’altra parte le granfondo sono un esempio di come portare la gente sul territorio che in Italia è così affascinante. Limitarsi solo all’evento ciclistico diventa miopia da parte degli organizzatori. C’è un territorio da sfruttare con tante risorse che beneficiano della presenza “turistica” dei ciclisti. L’impatto è notevole e chi se n’è accorto i conti se li è fatti già bene.

Guido P. Rubino, 13 apr 2016

Tag: agonismodopingesasperazionegranfondogranfondo campagnolo romasantilli

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