Ci salutò con una stretta di mano forte, ci fece visitare la sua azienda e poi ci disse: “Adesso vi porto a vedere dove facciamo i telai, perché qui li progettiamo, ma la fabbrica è un po’ più in là”.
Ora, il po’ più in là, mentre ci dirigevamo verso l’auto, immaginavo fosse qualche isolato, o forse la cittadina lì vicino. Invece andammo direttamente in un piccolo aeroporto, faceva un freddo cane e Saskia sorrideva. “Ghido, tu vedi adesso”. Un po’ di italiano l’aveva imparato come addetta stampa lavorando con la Saeco ma in inglese era più facile. Per me un po’ meno che facevo questo lavoro da poco e il mio bagaglio era ancora scolastico.
Mi appoggiavo, come interprete, ad Angelo Zomegnan, giornalistone della Gazzetta con cui condividevo questo viaggio curioso Oltreoceano nelle radici di Cannondale.
Joe ci disse di aspettare. Ecco, ora venite e, prego, salite. Disse a Zomegnan di mettersi seduto qui, tu lì e così via.
Poi si sedette ai comandi di quel mini jet mentre spiegava che la pista era lunga ma poi c’erano le montagne subito intorno. Quindi avrebbe preso quota rapidamente che era meglio.
Io mi rassicuravo per il suo sorriso americano e la tranquillità dei pochi presenti. Ti pare che il “capo” di Cannondale abbia deciso di morire proprio oggi? Sarebbe una notiziona e non volevo fare parte di certe notizione.
Andò tutto liscio, ovviamente. “Ghidò, garda qvi” sollecitava Saskia per una foto. Il volo era tranquillo. Dovevo ancora imparare come facevano a fare i telai in alluminio della Saeco su misura e uguali tra loro grazie al controllo numerico che controllava angoli e lunghezze. Avrebbero affascinato Ivan Gotti, fresco vincitore di Giro d’Italia e poi Super Mario Cipollini, che ci avrebbe raggiunti il giorno dopo ma per cui c’era tantissima attesa. Le donne che lavoravano lì lo aspettavano come un dio in terra e chiedevano qualche anticipazione che non sapevo dare. Suscitai solo qualche interesse, per fascino transitivo, quando dissi che ero di Roma e sarei tornato lì.
“Beato”.
Intanto Joe Montgomery ci aveva illustrato la sua fabbrica e lasciati alle attenzioni di Chris Peck, giovane ingegnere che poi proseguì la sua carriera in un’altra azienda: Apple.
Il nocciolo di quel viaggio era proprio qui, in Connecticut, per fare vedere agli italiani che anche in America si potevano fare telai su misura e di ottima qualità e pure comodi, anche se fatti in quel materiale così nuovo al ciclismo, come l’alluminio. Ed erano organizzati per farne pure in grande quantità.
Fu decisamente interessante.
Joe ci venne a prendere poco dopo, a fine giro, per darci un altro passaggio.
Andò bene pure questa volta, ovviamente, sempre col freddo cane di quel novembre 1997. Una storia di cui ogni tanto trovo in giro ancora qualche ricordo. Come questa diapositiva che scattai a Montgomery quando ci stava per portare nel “suo” aeroporto.
Joe Montgomery è scomparso, all’età di 86 anni, il 2 gennaio di quest’anno.
https://www.cannondale.com/en-us/blog/the-measure-of-joe-montgomery




































