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Home Eventi e cultura

Eroica 209. Il racconto del percorso lungo tra emozioni e tecnica

Redazione di Redazione
11 Ottobre 2018
in Eventi e cultura, TechNews
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Eroica notte

11 ott 2018 – L’Eroica è il percorso lungo, quello dei 209. Qui c’è il racconto di chi l’ha fatto, con una buona gamba e le scelte tecniche giuste. Emozioni e forza. Mettetevi comodi e lucidate la bicicletta. Dopo aver letto questo pezzo rischia di scattarvi una molla in testa. 

Quindicimila chilometri l’anno, tre volte in bici a settimana (almeno) e una passione matta per il ciclismo su strada, passione che da una decina d’anni a questa parte mi ha fatto scoprire anche il nuovo filone del ciclismo “vintage”. Così, L’Eroica di Gaiole in Chianti, non me la posso far mancare. Per me è così da otto anni, la prima fu nel 2011, quando L’Eroica era già grande evento ma ancora non con le proporzioni che ha assunto oggi, che a partire da Gaiole in Chianti siamo diventati in settemilacinquecento. Tant’è, L’Eroica per me è diventato un autentico rito di fine stagione, appuntamento che aspetto tutto l’anno e che man mano che si avvicina la prima domenica di ottobre mi scalda cuore e muscoli. Proprio quelli, sì, perché tornato dalle ferie d’agosto, io la bicicletta in carbonio la metto da parte; inforco il mio “ferro” scelto per l’occasione (di bici d’epoca ne ho più di una) e comincio ad allenarmi soltanto con quella bici lì, per collaudare, testare e provare telaio e componenti, ma soprattutto per godermi sensazioni che gli “inanimati e freddi” telai in fibra di carbonio non riusciranno mai a darti.

Percorso lungo

Obiettivo della mia Eroica 2018? Percorso lungo, perché è già da due anni che porto a termine questa piccola grande impresa e perché non vedo perché risparmiarmi il “due senza tre”, tanto più che quest’anno con la mia Chiorda del 1980 mi ci sono allenato a lungo prima di arrivare a Gaiole. 209 chilometri, di cui 115 su strada bianca, sono davvero tanti, ma se si hanno gambe, testa e tecnica si possono fare, soprattutto se, come nel caso mio, la bici che scegli è una bici d’epoca ma di tipo “moderno”, ossia con telaio sempre in acciaio, ma con cambio a filo, con guarnitura con doppia corona e con freni a caliper.

Li ho visti anche quest’anno, sì; li ho visti un bel po’ di “folli” che si sono avventurati sul percorso lungo con bici di inizio secolo, quelle con la trasmissione a giroruota e due moltipliche soltanto, impossibili da azionare su quelle salite. Li ho visti anche quest’anno fare la maggior parte delle salite a piedi, oppure arrancare a lenta cadenza, ondeggiando vistosamente schiena e testa. Qualcuno li definisce folli, qualcun altro eroi, ma, appellativi a parte, il bello de L’Eroica è proprio questo, che con i suoi tanti percorsi ti dà il modo di interpretarla come vuoi e come ti piace, di percorrerla con la bici che vuoi tu (purché d’epoca, si intende) e al ritmo che si confà al tuo allenamento. L’Eroica è tutto meno che una gara, ma piuttosto è grande impresa personale.

Buio

Nelle mie precedenti “Eroiche” ho sempre evitato di partire con il buio, alle cinque del mattino, con le luci montate sul manubrio. Pensavo: meglio muovermi da Gaiole agile, senza illuminazione, per poter guidare con la luce del giorno ed evitare l’ingombro dei fari da portar sulla bici tutto il giorno. Per questo mi muovevo all’alba, che la prima domenica di ottobre significa alle sei e quaranta del mattino, ossia venti minuti prima che scada il “cancello orario” che regola le partenze dei percorsi lunghi, da 135 e 209 chilometri. Non sapevo cosa mi perdevo: quest’anno, per la prima volta, ho deciso di partire a notte fonda, alle cinque e quaranta, con un piccolo, ma potente, faro anteriore e una luce rossa posteriore lampeggiante, con cui mi sono mescolato a quelle centinaia e centinaia di “lucciole”  che scelgono la partenza con le tenebre. La notte de L’Eroica è una notte magica, e allo stesso tempo calda e sicura. I fari, quelli moderni che ho montato, hanno un fascio di luce potente, e più che altro i tanti faretti che si muovono assieme illuminano perfettamente la strada, al punto che a stare a ruota di un folto gruppetto, delle luci si potrebbe quasi fare a meno.

Ho percorso in notturna i primi 25 chilometri di percorso, fino a Siena, dove arrivo alle ore sette, quando la luce rischiara una giornata in quel momento grigia ma per fortuna non piovosa. Le strade bianche, quelle no, sono ancora zuppe della pioggia caduta leggera ma costante tutto il giorno e la notte precedenti. Serve andar cauti?  Tutt’altro: paradossalmente L’Eroica è l’unica “gara” dove con il bagnato il terreno sterrato diventa meno infido rispetto a quando è secco e arido. E poi io i miei generosi copertoncini da 28 millimetri li ho gonfiati al livello giusto: 6 bar sul posteriore e 5 e mezzo davanti, che per i miei 65 chili di peso sono la pressione giusta per evitare di pizzicare e per evitare allo stesso tempo di rimbalzare sulle buche delle strade bianche.

La strada

Più che di buche, gli sterrati del Chianti e poi più giù della Val d’Orcia e delle Crete Senesi, hanno un profilo peculiare, che anno dopo anno impari a guidarci al meglio con il tuo “cavallo d’acciaio”. Le sterrate hanno molto spesso una doppia traccia, separata da una striscia centrale di ghiaino accumulato dagli pneumatici delle automobili o dei trattori che si trovano a percorrerle durante l’anno. Altre volte, invece, il piano stradale presenta avvallamenti leggeri ma continui, una sequenza di piccoli dossi e solchi alti pochi centimetri creati dall’azione erosiva dell’acqua, quelli che i francesi chiamano “Tôles”, come le lamiere ondulate. Un’ulteriore insidia è quella del fango o delle porzioni allentate di percorso, dove lo penumatico pericolosamente può scivolare o peggio affondare. In tutti i casi, per affrontare le strade bianche, la parola d’ordine è assumere con il corpo un atteggiamento mai rigido, ma morbido e rilassato, che sappia assecondare e “copiare” il terreno che di volta in volta ti si trova sotto le ruote. Le traiettorie, però non vengono a caso: sulla strada bianca serve sempre avere quel colpo d’occhio immediato che riesca a “leggere”,  con una visuale che anticipa la strada dai dieci ai venti metri (in base alla velocità del momento), il terreno che ti si sta approssimando.

In questo modo a L’Eroica si evitano i pericolosi scivoloni sulla ghiaia e in questo modo si evitano le forature, che nella maggior parte dei casi sono dovute proprio a una guida troppo irruenta sullo sterrato, e a coperture che vanno a incidere su porzioni troppo aspre o taglienti della strada bianca. Una cosa è certa, rispetto alle moderne biciclette in carbonio i vecchi modelli in acciaio sono molto più facili da condurre su fondi insidiosi come quelli de L’Eroica, il fatto è che la maggiore morbidezza del telaio e dei componenti aumenta in misura considerevole il margine di recupero in caso di errore di guida, cosa che con il carbonio non succede. Altra cosa, con le biciclette in carbonio sensazioni e prestazioni sono le medesime sia che si proceda ai venti all’ora che ai cinquanta: sono mezzi performanti, sì, ma sono anche sempre “freddi” e “inanimati”. Una bici in acciaio, invece, cambia volto e carattere, lo cambia in base alla velocità che hai in quel momento e lo cambia in base al terreno che stai percorrendo, non solo se sei sugli sterrati de L’Eroica. Una bici in acciaio ha un’anima calda, che più la usi più la riesci a scoprire. Quando dovrete acquistare la vostra prossima bici pensateci, se in testa non avete solo la prestazione.

Primo ristoro e niente colazione

Alla sette e quaranta per me è finalmente ora della colazione: sono a Radi, dove è in programma il primo dei succulenti ristori. La fame inizia a farsi sentire, non tanto perché pedalo già da due ore, ma più che altro perché sono volutamente a digiuno dalla sera precedente, quando avevo mangiato una pizza con un bel po’ di prosciutto. Impensabile, per me, mangiare alle quattro del mattino: meglio fare il carico la sera prima e poi puntare al primo rifornimento. È una questione di abitudine personale, certo, perché so bene che a L’Eroica c’è chi si sveglia alle tre per farsi un piatto di pasta. Tant’è: al ricco buffet di Radi c’è di tutto, crostate, frutta, pane e marmellata e anche formaggi e salami. Per la ribollita e la pasta no, bisognerà aspettare più avanti. Ma in ogni caso l’imperativo è non abbuffarmi, i chilometri che mi aspettano sono tanti, ma tanti sono anche i ristori, che è meglio gustarseli tutti quanti, assaggiando di tutto ma nelle giuste dosi per non appesantirsi troppo.

Il tratto esclusivo

Qualche chilometro dopo il controllo di Murlo c’è il bivio tra percorso e medio e lungo. Da quel punto in poi L’Eroica cambia volto: ti aspettano 50 chilometri esclusivi, nel senso che sono a beneficio solo di chi ha scelto di fare il percorso Lungo. In pratica, se fino a quel momento hai pedalato assieme a un sacco di ciclisti, dal bivio in poi L’Eroica del Lungo diventa molto più solitaria, affascinante. Sei quasi sempre solo con il tuo pezzo d’acciaio, sei solo sulla salita che sembra non finire più, quella di Montalcino e poi sei solo sul lungo tratto che, attraversata la Cassia, vira verso est inoltrandosi verso gli sterrati ondulati delle Crete Senesi; sei solo e lo sferragliare dei tanti ciclisti non lo senti più, senti solo il rumore della tua catena, che chilometro dopo chilometro cigola sempre di più, perché con quelle strade e con quel tempo è inevitabile che si secchi o si riempia di morchia. Appunto: per ovviare a questo problema che ormai conosco bene, ho scelto di mettere una piccola boccetta di lubrificante nella borsetta sottosella, dove tengo camere d’aria, mulitattrezzi e leva gomme. Così, in alcuni ristori mi è bastato pulire la catena e i due deragliatori con un panno, lubrificare per bene la trasmissione per ritrovare così una funzionalità e un’efficienza che si sentono eccome. Provare per credere.

Pedalare diversi

A Buonconvento, 11:08 e 125 chilometri percorsi, è di nuovo “baraonda”: lì i percorsi Medio e Lungo tornano a convergere: è impressionante quanta gente ci sia; c’è fila per avvicinarsi al buffet (e la zuppa di farro ora non me la toglie nessuno), c’è fila per mettere il timbro sul foglio firma e poi una volta ripartito c’è fila sul percorso, nel senso che su alcuni sterrati stretti i rallentamenti sono frequenti ed obbligati: sulla strada bianca succede che ognuno ha il proprio passo e il proprio stile di guida, e se arrivi un po’ più veloce di chi ti sta davanti non puoi fare a meno di rallentare o frenare, soprattutto in discesa. L’Eroica non è una gara, ci mancherebbe, e nessuno è qui per arrivare prima degli altri, ma c’è da dire che tanti partecipanti sono davvero impacciati nella guida, in particolare sulla strada bianca: siedono rigidi come corde di violino e tirano “alla morte” le leve dei freni, per non parlare di quelli che, senza avvisare chi è dietro, cambiano traiettoria sulla sterrata o peggio improvvisamente si fermano e rimangono lì, in mezzo alla strada, a far cosa non si sa.

L’Eroica è antiagonistica, conviviale e rilassata per antonomasia, lo sappiamo, ma come ogni evento che si svolge in bicicletta impone delle regole non scritte che tutti i partecipanti dovrebbero far proprie, semplicemente per in discorso di sicurezza e rispetto degli altri.

Sosta per qualsiasi motivo? Sempre a destra, lasciando spazio agli altri ciclisti.

Monte Sante Marie

Al ristoro di Asciano, 12:02 e 146 chilometri percorsi, mi sento già ben oltre metà del guado, anche se so bene che ad attendermi tra poco ci sarà il tratto arcigno di Monte Sante Marie, con le sue micidiali strappate in ripetizione che arrivano fin quasi al venti per cento. In realtà, per chi fa il percorso lungo, questo è solo uno dei tratti duri da mettere in programma, un tratto che se sei allenato e se hai la bici giusta riesci a fare tutto in sella. Bici giusta significa una bici che prima di tutto funziona e che poi abbia le moltipliche adeguate rispetto al percorso che hai scelto e rispetto al tuo allenamento: nel caso mio, alla guarnitura doppia da 53 e 42 denti (ingranaggi più agili non sono possibili sulla maggior parte delle bici d’epoca) ho accoppiato dei pignoni a sei velocità, dal 14 al 26 denti. Sul Monte Sante Marie il 42-26 è obbligato: lo spingo da seduto, perché alzandomi in piedi la ruota slitterebbe, arretrando un po’ il corpo per avere più aderenza sul posteriore. Monte Sante Marie sono anche le discese, altrettanto ripide e piene zeppe di quei piccoli dossi in sequenza che se affrontati nel modo sbagliato possono diventare molto pericolosi: con il colpo dell’occhio devi allora cercare di evitare che coincidano con la tua traiettoria, ma se proprio non riesci a farlo, allora ricorda di tenere una posizione arretrata, con il sedere leggermente sollevato e arretrato rispetto alla sella, con le mani basse sul manubrio e le braccia leggermente flesse, in modo da rendere il busto una sorta di “ammortizzatore” che assorbe le irregolarità del fondo stradale. Questi sono i fondamentali della guida in discesa in mountain bike e questi sono anche i fondamentali della guida in discesa a L’Eroica.

Maurizio Coccia sulla passerella esclusiva, quella riservata a chi fa il percorso da 209 chilometri.

Eroico finalmente

Tredici e dieci: dopo 165 chilometri sono a Castelnuovo Berardenga: timbro e ristoro. In realtà, ho mangiato anche troppo fino a quel momento, così preferisco riempire solo la borraccia e mettere nelle tasche quattro pezzi di crostata, che mi serviranno per fare gli ultimi quaranta chilometri. Anche questi tornano ad essere esclusivi per chi fa il percorso lungo, anche questi sono altrettanto affascinanti e magici, tanto più che inizi a pregustarti quell’arrivo che è sempre più vicino e per questo hai un alleato in più dei muscoli e soprattutto del morale. Questa sensazione diventa un’esplosione di gioia trenta chilometri dopo, a Radda in Chianti, dove c’è l’ultimo timbro e dove non puoi non iniziarti a dire “è fatta”. La discesa finale verso Vertine e poi Gaiole è una goduria: lì torno ad incontrare i tanti ciclisti dei percorsi corti che con le loro maglie variopinte baciate dal sole colorano questo ultimo, incantevole, tratto di sterrato de L’Eroica e che ti stampano fissa nella testa l’idea di quanto sia affascinante e magico questo evento. Arrivo al traguardo di Gaiole alle 15:00 spaccate, e come per tutti quello che completano il percorso Lungo mi spetta la passerella dedicata, la foto ricordo, la bottiglia di Chianti Classico e la medaglia al collo che ho l’onore di ricevere da un certo Vittorio Seghezzi, grande professionista italiano degli anni di Coppi e Bartali. Vittorio mi fa i complimenti e, come da buon padre, mi dice: “Bravo! Continua sempre a fare ciclismo seriamente. Ma stai attento alle macchine!”. Grazie Vittorio, ma per fortuna a L’Eroica, le macchine non ci sono neanche quelle.

Maurizio Coccia, eroico 2018

Tag: L'Eroica, dal ciclismo d'epoca alle gravelmaurizio cocciapercorso 209strade bianchetecnicavintage

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Commenti 2

  1. Francesco says:
    7 anni fa

    Grande Maurizio…
    Mi hai fatto quasi prendere voglia, se solo avessi tempo…

    Rispondi
  2. Vincenzo Mascia says:
    7 anni fa

    Prima di tutto complimenti per l’impresa Maurizio bel racconto pieno di dettagli che confermano anche le mie convinzioni in fatto di tecnica di guida e accorgimenti per evitare problemi di bicicletta e non solo altri consigli ne farò tesoro per le prossime edizioni visto che questo anno ho fatto i 79 km ma con un allenamento migliore si può fare i 130 e perché no l’impresa 209km.
    Saluti alla prossima Eroica
    Vincenzo

    Rispondi

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