C’è da leccarsi i baffi d’epoca alla decima edizione di Eroica Montalcino. Si leccano i baffi i partecipanti, coccolati come sempre da queste parti con attenzioni anche maggiori rispetto all’Eroica di Gaiole, enorme per numeri, attenzione e folla; si leccano i baffi gli organizzatori, che hanno contato più di 2.500 ciclisti vintage andare giù da Montalcino, disperdersi per la Val d’Orcia e poi ritornare affannati, stanchi e felici, verso la capitale mondiale dell’enologia.
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«Voi ci mettete le gambe, noi il cuore» sorrideva l’addetto al pasta party sotto alla fortezza. In realtà il cuore ce lo mettevano anche i partecipanti, stringendo i denti al dolore delle salite e al caldo che ha risollevato la polvere messa a tacere troppo brevemente dalla pioggia del venerdì.

Tutto da rifare, avrebbe detto Bartali, tutto da pedalare dalla sua Legnano alla bicicletta di Saronni, rigorosamente Colnago, come da sponsorizzazione dell’evento. Ma in mezzo Wilier Triestina, Pinarello, Bianchi e via via tutte le altre marche più o meno recenti. Tante vecchie signore oliate e lucidate dall’estero. Hanno superato il 27 per cento i partecipanti d’oltre confine a zonzo per Montalcino e dintorni. Tempo di vacanze per molta Europa e fine settimana lungo per gli italiani. Rappresentati tutti i continenti in questa babele che sale in alto pedalando e impolverandosi.
In dieci anni Montalcino ha visto un’evoluzione importante del ciclismo vintage, dal ricordo alla spinta moderna. Quanti di questi ragazzi al via sapranno davvero di Bartali e Coppi in rigoroso ordine alfabetico a onor di Brocci, l’inventore di tutto che sorride, benedice e trattiene il fiato sulle salite assolate senza mettere piede a terra né citare santi (noi, almeno, non lo abbiamo sentito).

Il movimento vintage diventa sempre più riscoperta di gusto e passione e pedalare lento. Lo ha ricordato Andrea Satta, poeta e cantore di altro ciclismo e lo dicono le maglie di lana sempre meno di squadre antiche e sempre più con scritte moderne che guardano al futuro della voglia del perdersi in bicicletta.
Sono ottant’anni dal Giro del 1946 ricordano gli organizzatori, nasceva la Repubblica, da festeggiare un paio di giorni dopo, e gli eroi della polvere regalavano nuova fiducia a un’Italia che alzava lo sguardo lontano. Oggi arriva fino al Ministero dell’Ambiente che guarda all’età dell’oro dei percorsi permanenti, definiti e di nuovo moderni come questo ciclismo che fa tintinnare l’acciaio ai colpi delle strade sterrate e sorride all’esplorare lento.

Se L’Eroica di Gaiole è il rito di un popolo che si ritrova, quella di Montalcino brinda alla rinascita di un ciclismo lento e giovane che si diffonde e dice messa.
Tutt’intorno il Festival che ha fatto risuonare la piazza principale di balli e racconti, tra i bambini che ascoltavano il Brocci come a catechismo e i grandi alle presentazioni dei libri. Storie da narrare e ripensare pedalata dopo pedalata. Non faceva così Bartali?
Guardava avanti, aspettando che la salita finisse.
Il premio, stavolta, era per tutti. E guai ad andare troppo veloci che finisce presto.
Il brindisi al decennale è finito con un gelato e una promessa.
Ma in bella calligrafia.
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