Le manifestazioni ciclistiche hanno un odore, anche un rumore e non serve concentrarsi per farci caso, basta fermarsi e registrarne i ritmi, che siano caotici o silenziosi.
L’Eroica è un parlottare anche sulla strada bianca, ma inizia col suono metallico dei puntapiedi che grattano il terreno. Sono inseguiti da piedi poco avvezzi alle gabbiette dei pedali di una volta, spesso anche da scarpe poco adatte a scivolarci dentro come i vecchi scarpini con suola in cuoio liscia. Si perdona facilmente perché ci potrebbero essere tratti da fare a piedi, per troppa pendenza e rapporti non adatti o, semplicemente, per poco allenamento.
A Eroica Montalcino la preoccupazione è legittima, comunque sia alla fine sai che c’è sempre da tornare lassù, che è bellissimo, conquisti tutte le valli, ma muscoli e stanchezza non sempre sono d’accordo.
Gli odori, facili quelli. Che non ci sia agonismo lo intuisci dal profumo morbido di un cappuccino al posto dell’effluvio pungente di balsamo sifcamina e pomate simili che lucidano i muscoli. A chiarire i dubbi anche i troppi peli sulle gambe che fanno più turismo che eleganza.
Non importa qui, basta rallentare e pensare al ciclismo che si misura a ore prima che a chilometri, i cartelli che dirimono percorsi e scelte esistenziali di giornata sono subito fuori paese, non c’è il tempo di ascoltare le gambe che le decisioni diventano subito definitive.
Pedali e ti torna in testa quel concetto di economia circolare di cui s’è detto al sabato, tra balli d’epoca e letture che sono arrivate fino all’imminente Tour de France in Toscana.
Di quell’economia di ritorno la bicicletta vintage diventa l’esempio perfetto e il motivo in più: niente sprechi, tutto prosegue, si usa e si aggiusta senza sostituire.
Per ribadirlo a Montalcino è arrivato anche il Ministero dell’Ambiente ad allestire un simbolico sistema di ricarica elettrica a pedali, ovviamente a gabbietta, con squadre ad alternarsi per tenere accese le luci del porticato dove venivano consegnati i pacchi gara. Punta di iceberg di un progetto più ampio fatto di parchi naturalmente ciclabili in cui pedalare lontani da rumori sgradevoli e odori velenosi. Per riprendere un ritmo che cerchiamo inutilmente di forzare a suon di elettronica e intelligenze artificiali. Ecco, qui è pausa, come il pedalare tra colline e salite un po’ toste che costringono a pensare e permettono di giustificare una forchettata in più di fettuccine al cinghiale senza sentirsi troppo in colpa per gli assaggi fatti tra Col d’Orcia e Casisano.
Perché il fine dell’Eroica è pedalare e far tornare. Il biglietto da visita che ci portiamo via è fatto di quella polvere che vela le macchine fotografiche e intride le maglie ma ci fa un po’ più fieri di esserci stati.
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