Se ci aspettavamo sfracelli finalmente in salita, dopo dieci giorni ininterrotti di Tour de France, ci siamo dovuti ricredere, almeno in parte.
Niente sfracelli, almeno all’inizio, nonostante la tappa corta (165,3 chilometri) con più di 4.500 metri di dislivello. Meglio essere prudenti, che è ancora lunga, avranno pensato i big. Spazio alle seconde linee che, già che c’erano, sono diventate pure prime.
Perché mandare in fuga Ben Healy, già vincitore di tappa e gambe in forma, con Simmons, significa lasciare uno spazio che poi non hai intenzione di chiudere, a meno di sforzi molto importanti. E pazienza per la maglia gialla.
I big all’erta sono stati guardinghi fino a 25 chilometri dall’arrivo, lasciando scorrere i gran premi della montagna in cui ha fatto incetta di punti un altro fuggitivo di lusso: Lenny Martinez, nuova maglia a pallini rossi.

Su e giù continui, non ci saranno salite da storia del Tour de France ma guai a perdere il ritmo. Ci pensa Simon Yates a vincere la tappa. Si è infilato nella fuga e si è ritrovato con la scusa buona per non tirare. Tutte le forze pronte per il finale. Ha salutato tutti ed ha guardato il computerino rosa, ricordo del Giro d’Italia, che si porta dietro com portafortuna. Oggi ha funzionato.
Più tattica nel gruppo con corridori di classifica che si guardano. Tutti aspettano Evenepoel che prova pure ma senza convinzione. Punzecchiature che, alla fine, scatenano il re. La maglia gialla è partita giusto nel finale, facendo il vuoto con Vingegaard a ruota, tutti gli altri a guardare, da lontano.
Tanta fatica che resta dentro ma oggi si poteva pure sprecare un po’. Domani è riposo. A Pogacar, vestito solo di iride, forse non dispiace naanche troppo.
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