Ogni anno, il 3 giugno, la Giornata Mondiale della Bicicletta ci offre l’occasione per celebrare uno degli strumenti più semplici e rivoluzionari che l’uomo abbia mai inventato. Una macchina efficiente, democratica, silenziosa, capace di migliorare la salute delle persone, ridurre l’impatto ambientale e rendere le città più vivibili.
Allora bene: celebriamola, ma poi riflettiamo anche sull’approccio che stiamo avendo. Perché mentre nel mondo e in Europa la bicicletta continua a essere considerata una parte della soluzione, in Italia rischia ancora troppo spesso di essere percepita come un problema.
Il paradosso è evidente in come la bicicletta viene percepita dal pubblico ma anche raccontata da chi ha il compito di fare informazione.
Da una parte osserviamo un continente che, nonostante la crisi vissuta dal settore dopo il boom pandemico, continua a investire sulla mobilità ciclistica. Il mercato europeo sta attraversando una fase di trasformazione profonda: le biciclette tradizionali rallentano, le e-bike crescono, le città investono (finalmente) in infrastrutture, l’industria cerca nuovi modelli di business e la politica europea continua a considerare la bicicletta un tassello fondamentale della transizione ecologica. L’obiettivo dichiarato è aumentare gli spostamenti in bici entro il 2030 attraverso investimenti, reti ciclabili e incentivi.
Dall’altra parte c’è l’Italia.
Un Paese che durante la pandemia aveva scoperto la bicicletta come mezzo quotidiano e che oggi sembra essersi fermato a metà del guado. I dati di mercato mostrano una frenata, ma sarebbe un errore leggere questa fase soltanto come una crisi delle vendite. Dietro i numeri c’è qualcosa di più profondo: la difficoltà di costruire una cultura della mobilità che vada oltre gli incentivi temporanei e le emergenze del momento.
Cercasi visione comune
Nel resto d’Europa si ragiona sempre più in termini di sistema. Da noi si continua spesso a ragionare per compartimenti separati: l’industria guarda alle vendite, le amministrazioni alle opere pubbliche, gli utenti alla propria esperienza quotidiana. Manca una visione comune che, ancora una volta, si riassume nella parola cultura.
Le ragioni per investire nella bicicletta sono evidenti.
La prima riguarda la sicurezza.
L’Atlante italiano dei morti e dei feriti gravi in bicicletta, presentato alla fine dello scorso anno, ci consegna una fotografia che non possiamo ignorare: oltre 164.000 incidenti che hanno coinvolto ciclisti in dieci anni, più di 3.000 vittime e oltre 150.000 feriti. Il 68 per cento degli scontri avviene con un’automobile e quasi la metà delle vittime si registra sulle strade extraurbane. Gli incroci, le rotatorie e la convivenza tra utenti diversi restano i punti più critici.
Questi numeri non raccontano un fallimento della bicicletta. Raccontano un deficit di progettazione, educazione e visione. In una parola, ancora: cultura.
Ogni volta che un incidente viene liquidato come una fatalità perdiamo l’occasione di imparare qualcosa. Ogni volta che la sicurezza ciclistica viene considerata una questione di nicchia dimentichiamo che una strada sicura per chi pedala è una strada migliore per tutti.
La seconda ragione riguarda l’economia.
L’industria della bicicletta europea sta cambiando pelle. Le e-bike rappresentano ormai il motore della crescita e stanno ridefinendo il concetto stesso di mobilità individuale. Non si tratta più soltanto di sport o tempo libero: si parla di trasporto quotidiano, logistica urbana, servizi in abbonamento, integrazione con il trasporto pubblico. Chi saprà interpretare questa trasformazione avrà un futuro. Chi resterà fermo avrà perso, anche economicamente.
Per questo il messaggio che emerge oggi è rivolto non soltanto ai ciclisti ma anche alle aziende, alle istituzioni e alla politica.
Non è più tempo di progetti, è tempo di azioni concrete.
Servono infrastrutture che rendano la bicicletta una scelta normale e non coraggiosa. Ma infrastrutture progettate pensando a un sistema, non cattedrali nel deserto. Funzionano? Lo si scopre qualche tempo dopo che diventano operative, quando il pubblico inizia a provare e le giudica più o meno efficaci.
Servono imprese capaci di guardare oltre il mercato tradizionale. Servono amministrazioni che utilizzino i dati per prendere decisioni e non per giustificare l’inazione. Serve una narrazione che smetta di considerare la bicicletta un elemento marginale del sistema dei trasporti cui si può fare a meno quando ci sono altre necessità considerate più importanti. Il cambiamento, lo ribadiamo, deve essere culturale. Si pedala per divertirsi e per spostarsi, alleggerendo il traffico cittadino. E tutti hanno la stessa dignità di fronte alla legge. Non ci sono spostamenti più o meno importanti a seconda che siano per lavoro o per svago (il Codice della Strada non fa alcuna distinzione in tal senso, gli ignoranti sì).
La Giornata Mondiale della Bicicletta non dovrebbe essere la festa di una categoria ma il promemoria di una scelta collettiva e inevitabile: lo spazio nelle città è finito e non è questione di qualche parcheggio sacrificato per una ciclabile.
Il resto del mondo sta già andando in una direzione precisa. Non c’è da scoprire se la bicicletta servirà o meno alla trasformazioni necessaria, c’è da capire se si vuole fare parte dell’evoluzione o rimanere indietro,


































