Ogni anno, la Giornata mondiale delle vittime della strada ci costringe a guardare in faccia una realtà che troppo spesso viene derubricata a “fatti di cronaca”: sulle strade italiane si continua a morire, e a farlo in numeri da emergenza nazionale. Secondo i dati ISTAT e ACI-ISTAT del 2024, nel nostro Paese si sono verificati 173.364 incidenti con lesioni, con 3.030 morti e oltre 233.000 feriti. Numeri che raccontano una strage silenziosa e che pesano per più di 18 miliardi di euro l’anno in costi sociali.
Questa giornata non è solo un momento di ricordo, ma un’occasione per analizzare ciò che ancora non funziona: infrastrutture, comportamenti, progettazione urbana, cultura della mobilità. E, soprattutto, la capacità di leggere i dati e trasformarli in azioni efficaci.
Tra le vittime della strada, un ruolo sempre più rilevante lo hanno i ciclisti. Negli ultimi dieci anni, secondo il Politecnico di Milano, si sono registrati circa 164.000 incidenti in bicicletta, analizzati attraverso i microdati ISTAT nel grande progetto dell’Atlante degli incidenti ciclistici. Il lavoro è una mappa dettagliata di dove, quando e come si verificano gli impatti più gravi: incroci, rotatorie, ore di punta, strade extraurbane, e una concentrazione significativa tra gli over 65.
Il tema non riguarda solo chi pedala. L’Atlante mostra come gran parte degli scontri tra bici e auto si verifichi in condizioni di visibilità ottimali: tempo sereno, pieno giorno, strade note, contesti teoricamente “sicuri”. È un dato che rivela un nodo più profondo: la convivenza tra utenti diversi non funziona ancora, e l’errore umano rimane la principale variabile critica.
La frammentazione delle politiche locali non aiuta
Ma la Giornata mondiale delle vittime della strada riguarda tutti. Pedoni, motociclisti, automobilisti, autotrasportatori: ogni categoria paga un prezzo altissimo. E la fotografia complessiva suggerisce che i progressi degli ultimi anni non siano sufficienti a invertire una tendenza strutturale. La riduzione di alcune tipologie di incidenti non compensa la persistente vulnerabilità degli utenti più fragili, né la frammentazione delle politiche locali sulla sicurezza.
Una parte del problema nasce dalla difficoltà di trasformare i dati in interventi tempestivi. Le dashboard del Politecnico – consultabili liberamente da tecnici, amministrazioni e cittadini – sono strumenti che potrebbero guidare scelte molto più mirate, dalle modifiche degli incroci ai limiti di velocità, fino alla progettazione di percorsi protetti. Eppure, la loro adozione a livello territoriale procede ancora a macchia di leopardo.
La memoria, da sola, non basta. La sicurezza stradale è un lavoro quotidiano che richiede coordinamento, investimenti e una cultura della responsabilità condivisa. In questa giornata dedicata alle vittime, la domanda centrale non è solo “come ricordiamo”, ma “che cosa siamo disposti a cambiare?”. Perché ogni cifra nei report annuali rappresenta una vita interrotta e una famiglia segnata. Ed è su questo che l’Italia deve misurare il proprio impegno come priorità comune invece di farne campo di lotta politica, unica in Europa.
E la manifestazione organizzata, proprio oggi (in auto!), a Roma contro ciclabili, Ztl e città 30 al di là dell’aspetto che da grottesco sconfina nel comico, è indice di quanto lavoro ci sia da fare nella presa di coscienza del problema.
164.000 incidenti in bici in 10 anni. L’Atlante degli incidenti per imparare a salvare vite



































