Un tappone da 133 chilometri sembra un ossimoro, ma se è vero che la gara la fanno i corridori basta vedere la media, già più alta di quanto previsto dalla cronotabella per capire che l’hanno presa di petto subito, almeno quelli della fuga.
Dietro c’è stato controllo, sorrisi della maglia rosa stupito anche di sé stesso, imperscrutabile Vingegaard, ma avendo messo la sua squadra davanti le intenzioni sono apparse subito chiare.
La selezione va così, non servono scatti quando ci sono tanti metri di dislivello – oggi più di quattromila – e se il passo è forte la selezione è naturale: il gruppo perde pezzi di continuo per calcolo o condanna.
Anche davanti è capitato qualcosa del genere. Fuga corposa che è andata ad assottigliarsi sempre di più.
Tutto accade così, nella salita che rallenta le mosse e anche lo spettacolo arranca un po’.
È così che la corsa si avvolge attorno a Vingegaard, senza guizzi e senza speranze per tutti gli altri, calcolato tra pendenze e watt, inesorabile come può essere la matematica.
E allora non serve neanche la forza. Per Vingegaard basta accelerare, senza scattare, tutto il mondo di oggi dietro. Terzo arrivo in salita e terza vittoria per il danese.
Molto bene Pellizzari oggi con Hindley che lo lascia lì giusto sull’arrivo.
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