Felix Gall ha acceso la miccia su Corno alle Scale, con Vingegaard tranquillo a ruota. Una corsa che si fa e spegne le speranza di Rubio prima, di Ciccone dopo. Per un Giulio che sembrava andare, Ciccone, un altro Giulio subito in difficoltà: Pellizzari.
Questione di metri e di secondi. Quando Ciccone ha iniziato a contarli Gall e Vingegaard hanno detto che il Giro, per ora, è roba loro. Vingegaard, anzi, non ha dato neanche cambi, già leader della corsa temporaneamente in prestito a Eulalio.
La botta definitiva, Vingegaard, l’ha data all’ultimo chilometro. Sforzo centellinato e seconda tappa in tasca.
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La prima è stata un’avviso, la seconda un giudizio, l’ultima una sentenza. Le salite di oggi, da Cervia a Corno alle Scale erano una climax di passione verticale. Sempre più su per cercare la gloria o sprofondare nell’oblio. La prima saluta era solo uno zampellotto, roba da neanche toccare il cambio, o quasi, per un corridore professionista, nemmeno prendendo il più scarso del Giro d’Italia. Il Monte della Capanna, a dispetto del nome altisonante, è solo 314 metri d’altezza, roba da bambini insomma. Ma qui è servito a dare carattere alla fuga e far venire voglia di fuga a Giulio Ciccone che ha preso la rincorsa da ieri: staccandosi opportunamente per non dare fastidio – e non essere messo nel mirino – dagli uomini di classifica.
A Querciola la musica è cambiata e pure i corridori sono rimasti di meno rispetto all’avanspettacolo degli ormai soliti attori di inizio tappa.
Scena seconda quindi: la fuga di Ciccone e in attesa del terzo atto, quello con il primo violino che qui è atteso sempre all’assolo, il pretendente numero uno: Jonas Vingegaard.
Le cose, a dire il vero, non si sono messe bene per il nostro Giulio Pellizzari. I tifosi a inizio salita si sono trovati con l’applauso strozzato: dov’è Pellizzari?
Mentre Ciccone, davanti, scappava da solo con Rubio, ultimo a resistergli, Pellizzari iniziava la sua via crucis da tarda Pasqua. Il corridore della Red Bull si è trovato con le spalle appesantite dalla responsabilità e la gambe della fatica: una miscela in grado di fiaccare un campione, cosa vuoi dirgli a uno di 23 anni che in un altro ciclismo avremmo pensato come giovane che fa esperienza?
Un giorno di buio ci sta. Oggi.
Il guaio è che viviamo un altro ciclismo. A 23 anni se non sei già affermato sei quasi bruciato. E allora vale l’esperienza di uno di 31 anni come Giulio Ciccone, che ha calcolato tutto per bene.
Tra le vittime di giornata segnaliamo Mas, partito col numero 1 del suo team, da capitano, ma senza speranza alla fine della prima settimana di Giro.
L’appuntamento è fra due giorni, roba da cronoman, con Eulalio ancora in rosa.
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