Se c’è una cosa buona che ha fatto il Giro d’Italia donne (ma perché chiamarlo “Women”?) è aver chiamato il roadbook “Roadbook”. Se il ciclismo femminile si vuole affrancare dalla subalternità di quello maschile quel nome “Anita” con cui veniva chiamato il Garibaldi del Giro Donne era un misto di grottesco e ridicolizzante.
Bene.
Se c’è una cosa che il Giro Donne non ha forse azzeccato in pieno è il calendario. Partire in contemporanea con il Tour de France, universalmente riconosciuto come l’evento ciclistico più importante dell’anno significa condannarsi a una secondarietà inevitabile. Non è questione di sessimo: qualsiasi gara ciclistica posta in contemporanea col Tour de France non potrà che avere un interesse di ripiego, spazi sui giornali risicati (ve l’immaginate nelle redazioni? “ancora ciclismo? C’è già il Tour, quanto spazio pretendente?”) e anche personale ridotto. Quanti inviati vorrete che si spendano?
Sì il calendario, i suoi limiti, il “proprio non si poteva fare diversamente” e così via.
Va così ed è un peccato. Perché il Giro Donne è una corsa che promette molto bene. Che l’anno scorso ci ha tenuti col fiato sospeso fino all’ultimo nella sfida tra Longo Borghini e Kopecky e quest’anno ci sarà da trepidare ancora.
Dopo aver visto il Tour, dopo aver parlato di Vingegaard e Pogacar, ma anche dopo van der Poel van Aert ed Evenepoel.
Non si scappa.
Ed è un peccato.
Le informazioni del Giro d’Italia Women
































