È stato presentato il Giro Next Gen 2026 ma era già stato anticipato dalle polemiche, ancora prima di conoscerne il percorso.
Perché la decisione di chiedere un contributo economico alle squadre per partecipare apre un precedente che potrebbe cambiare profondamente il modello del ciclismo giovanile e non solo.
Secondo quanto emerso nelle ultime settimane, RCS Sport avrebbe richiesto oltre 10.000 euro per squadra comprendendo ospitalità e logistica per una delegazione standard. Una scelta che ha provocato immediate reazioni nel mondo Continental e under 23, soprattutto tra le squadre italiane, già alle prese con budget molto limitati.
La questione è semplice: il Giro Next Gen non è una corsa qualunque. È la principale vetrina mondiale per gli under 23, il passaggio naturale verso il professionismo, la corsa che negli anni ha lanciato corridori poi diventati protagonisti nei Grandi Giri e nelle Classiche. Per questo motivo la richiesta economica è stata letta da molti come un cambio di equilibri: non più soltanto selezione tecnica, ma anche selezione economica.


Da parte degli organizzatori la logica è comprensibile. I costi del ciclismo sono esplosi. Sicurezza, chiusure stradali, standard televisivi, ospitalità, trasferimenti e personale incidono in maniera sempre più pesante anche nelle categorie giovanili. Inoltre esistono già precedenti simili: anche il Tour de l’Avenir avrebbe introdotto una quota di partecipazione per il 2026. Ma il problema va oltre la sostenibilità economica.
Molti team hanno contestato soprattutto il metodo. La richiesta economica sarebbe infatti arrivata prima ancora della presentazione ufficiale del percorso. E questo, per una squadra Continental, è tutt’altro che secondario. Conoscere il tracciato significa capire se la corsa sia adatta ai propri corridori, impostare la preparazione, decidere gli investimenti tecnici e logistici. Pagare prima ancora di sapere che tipo di gara si andrà a correre è stato percepito come un forte squilibrio nel rapporto tra organizzatore e squadre. Diversa la situazione per formazioni più strutturate.
La questione potrebbe avere anche implicazioni regolamentari perché la novità ha fatto storcere il naso a molti e, anche dal punto di vista regolamentare, ci potrebbero essere questioni da discutere.
Insomma, si finirà inevitabilmente per scremare le squadre. Ha senso questo nel ciclismo giovanile?
Dal punto di vista strettamente agonistico qualcuno potrebbe sostenere di sì. Negli ultimi anni il livello delle squadre development legate ai WorldTour è cresciuto enormemente, creando un divario molto evidente rispetto a molte formazioni minori. Alcune formazioni finiscono inevitabilmente fuori gara dopo poche tappe, con corridori che si staccano subito e incidono poco sul piano competitivo.
Ma l’under 23 non dovrebbe essere soltanto il luogo dei corridori già pronti per il professionismo. Dovrebbe essere soprattutto uno spazio di crescita. Il ciclismo è sempre stato uno sport dove l’esperienza conta enormemente, e molti corridori sono cresciuti proprio correndo gare più grandi di loro, soffrendo, imparando e tornando più forti negli anni successivi.
Se il filtro diventa economico, il rischio è ridurre drasticamente proprio quelle opportunità formative che hanno alimentato il movimento per decenni. Una selezione di questo tipo rischia di strozzare in maniera definitiva lo sviluppo e la ricerca dei giovani talenti.

Un precedente pericoloso
E c’è un altro aspetto ancora più delicato: il precedente.
Perché se passa il principio che una corsa prestigiosa possa chiedere soldi alle squadre per partecipare, il modello potrebbe estendersi anche ad altri settori economicamente fragili del ciclismo. Il primo indiziato è inevitabilmente il ciclismo femminile.
Negli ultimi anni il movimento femminile ha fatto enormi passi avanti in termini di professionalizzazione: salari minimi, maggiore copertura mediatica, standard organizzativi più elevati e crescente attenzione internazionale. Ma molte squadre e molte gare vivono ancora in equilibrio economico precario. Se gli organizzatori iniziassero a trasferire parte dei costi direttamente sui team, il rischio sarebbe enorme. Anche, e soprattutto, nel ciclismo femminile il divario tra le atlete di punta e le più giovani è enorme. Il rischio è che non possano avere tempo e spazio per crescere.
Una quota di partecipazione importante potrebbe diventare un ostacolo insostenibile per molte realtà femminili semi-professionistiche o legate a sponsor locali. E a quel punto la selezione non sarebbe più basata sul valore tecnico, ma sulla disponibilità economica. Esattamente il contrario di ciò che il movimento sta cercando di costruire.

Il problema riguarda anche il potere contrattuale. Nel WorldTour maschile le grandi squadre hanno forza politica, sponsor importanti e capacità di pressione. Nelle categorie minori invece il rapporto è molto più sbilanciato a favore degli organizzatori. Una squadra giovane o femminile spesso accetta qualsiasi condizione pur di ottenere visibilità e accesso alle gare più importanti.
Il Giro Next Gen diventa un caso ancora più importante così, simbolico.
Perché il ciclismo sta cercando disperatamente sostenibilità economica senza avere ancora un modello stabile. E il rischio è che gli anelli più fragili della catena: under 23, donne e formazioni Continental, diventino il terreno dove sperimentare soluzioni che però finiscono per restringere l’accesso invece di allargarlo.
Paradossalmente, proprio le categorie nate per formare e creare opportunità potrebbero diventare quelle dove entra soltanto chi ha già le risorse per farlo.



































