Gentile Direttore, le scrivo purtroppo dopo l’ennesimo evento negativo che mi è capitato in bici. Sarò ripetitivo ma l’argomento sicurezza in Italia non smette dall’essere al centro dell’attenzione. Nonostante un codice stradale, che in qualche modo cerca di porre rimedio, (si poteva fare molto di più) con la norma che obbliga l’automobilista a lasciare il “famoso metro e mezo di distanza ” a me sembra che nulla sia cambiato. Ora le racconto quanto è successo martedì scorso. Io e mia moglie, con cui condivido questa passione per la bici, facciamo un’uscita serale dopo il lavoro.
Siamo in fila come sempre, io davanti e lei dietro a ruota. Abbiamo percorso circa 4-5 chilometri quando in un tratto in leggerissima salita e rettilineo, il radar Garmin (montato su entrambe le bici) segnala l’arrivo di alcune macchine. Passa la prima, sfilandoci molto vicino, poi la seconda velocissima, e pure lei molto vicina. Passata questa sentiamo lo stridio di ruote in frenata alle nostre spalle e poi sento con terrore il botto. La macchina ha colpito mia moglie alle mie spalle e l’ho vista letteralmente volare nel canale. Risultato: frattura del radio braccio destro, contusioni varie bici distrutta. Tutto questo per cosa, per non aspettare cinque secondi e rallentare per passare. Che bisogno c’era? E non potranno dire “i soliti ciclisti” che stanno in mezzo alla strada: eravamo in fila a questo punto era meglio stare più al centro, almeno saremmo stati più visibili, non a caso tutti i casi di incidenti gravi o con feriti, sono quasi sempre ciclisti singoli o in coppia mai in gruppi numerosi, che sono sempre ben visibili anche se danno fastidio agli automobilisti che si lamentano sempre anche quando siamo in fila. Per loro non dovremmo esistere. Non riesco a capire questo sentimento che si è diffuso in Italia, di odio contro il ciclismo sportivo amatoriale, come se solo noi siamo d’impiccio a tutti gli utenti della strada, anche noi usiamo la macchina, anche noi paghiamo le tasse, e anche noi abbiamo il diritto di esistere. Purtroppo l’Italia non è più un paese per ciclisti o forse non lo è mai stato.
Damiano Periti
Che brutta avventura caro Damiano, immagino lo spavento. E ha proprio ragione: i ciclisti più vulnerabili sono quelli più rispettosi e che si notano meno.
Tra le tante leggi che parlano di sicurezza per i ciclisti e troppo rivolte a limitare chi pedala, ce ne vorrebbero di più fatte da chi pedala davvero. Perché la legge va rispettata, ma se le regole sono fatte da chi in bici ci va davvero è meglio. Quel che dice il lettore ha senso.



































