Fino a due giorni dalla fine l’Italia del ciclismo sembrava votata a una chiusura mesta delle Olimpiadi parigine. La parabola della pista appariva discendente e i nostri quartetti avevano fatto molta fatica per portare a casa una (bellissima) medaglia di bronzo.
Eravamo abituati meglio, inutile dirlo.
Ganna, Consonni, Milan e Lamon hanno battuto ancora la Danimarca in una finale che, tre anni dopo, non valeva per l’oro. E forse ci è andata pure bene visto che i danesi hanno pasticciato nel finale.
Davanti Australia e Gran Bretagna con prestazioni al di sopra della portata dei nostri con tanto di record del monto. Alla fine, classifica giusta, niente da recriminare.

Viviani era stato portato apposta per la pista, nell’Omnium la sua prestazione è stata piuttosto opaca, me non viene certo da rimpiangere il posto concesso nella gara su strada. Avevamo alternative più valide? Tutto sommato quella del veronese è stata l’unica maglia azzurra in evidenza nella corsa su strada.
Il resto lo avevamo detto nelle nostre pagelle dopo il trionfo di Evenepoel.
Di Viviani, però, non ti penti mai. Era tra i promossi ancora prima della Madison d’argento, con Consonni. Proprio nella gara più spettacolare della pista ha detto che l’esperienza conta tantissimo e lui ci è arrivato anche in condizione strepitosa. Solo un paio di sbavature hanno tolto l’oro ai nostri che, a questo punto, potrebbero riprovarci, perché no?
Poi le nostre ragazze super. Quando ci sono da mettere insieme forza e intelligenza tattica non ce n’è per nessuna e Vittoria Guazzini e Chiara Consonni l’hanno dimostrato con una vittoria che sa di ottima scuola di ciclismo.
Diranno che è un successo
Però dobbiamo anche fare anche i conti con la realtà e guardare con attenzione cosa accade intorno a noi.
In Italia il ciclismo su strada è messo come sappiamo. I nostri corridori che brillano sono in formazioni straniere. In Italia ci sono piccole realtà lodevoli che non emergono e il divario economico conta. Soprattutto mancano i progetti e si sta vedendo, già da anni, che affidarsi alla buona stella non basta.
Anche dalla pista arrivano segnali importanti e non facciamoci accecare dalla lucentezza di medaglie che sarebbe riduttivo definire a sorpresa. Abbiamo un capitale di atlete e atleti di altissimo valore. Però, appunto, ci sono segnali di cui occorre tenere conto perché il bel fuoco che arde non ci lasci in mano un mucchio di cenere.
Non è (ancora) questione di anzianità degli atleti, ma l’età media parecchio più bassa dei nostri avversari, soprattutto in campo maschile, parla di come altre nazioni lavorino su progetti importanti, a lunga gittata e, soprattutto, dedicati.
Ci vuole specializzazione, sempre di più. E questi Giochi Olimpici ci hanno detto che dividere atleti tra strada e pista diventa sempre più difficile. Tra gli inglesi, per dire, c’era quel Daniel Bigham che aveva stabilito il Record dell’Ora prima di Ganna quasi a testare i materiali per la prova definitiva dell’italiano, suo “capitano” nel tentativo in casa Ineos. Uno specialista da parquet senza distrazioni stradali. Ma in Italia chi può permetterselo? Francesco Lamon è sostenuto dalle Fiamme Azzurre, gli altri corrono anche su strada, che rende molto di più, e si vedono su pista molto poco in paragone con avversari che fanno praticamente solo quello. Epoi? Cresceranno nuovi atleti così? Difficile, nonostante ci si dia da fare molto, ma vengono al pettine problemi economici e organizzativi: il solo velodromo coperto di Montichiari non basta e ha troppe magagne, Spresiano è un punto interrogativo tutto italiano, poi il vuoto se non si emigra all’estero.
Intanto i nostri avversari fanno crescere i campioni da piccoli, li portano in pista con costanza e sono già certi di un futuro che se non è d’oro, gli andrà sempre molto vicino. Anche in discipline veloci che da noi, al momento, non sono contemplate. Ma le medaglie ottenute, comunque, fanno dire ai vertici che è stato un successo. Che è il modo peggiore per essere sicuri di non cambiare lo stato delle cose.

































