Per anni ci hanno raccontato un ciclismo sempre più matematico: il distacco giusto, il momento giusto per iniziare l’inseguimento, i secondi da recuperare chilometro dopo chilometro, il margine da lasciare prima di chiudere. Tutto calcolato, tutto previsto, tutto apparentemente sotto controllo. Fortunatamente il ciclismo, ogni tanto, si diverte ancora a smentire i calcoli.
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Ieri la fuga è arrivata. E non è arrivata per caso: hanno dimostrato che astuzia e gambe buone posso lasciare di stucco quel gruppo che pensava di poterli cancellare quando voleva.
Il gruppo non riesce più a gestire la fuga?
Già nella terza tappa, quella con arrivo a Sofia, la fuga era stata ripresa soltanto a 400 metri dall’arrivo. Quello era già un avvertimento abbastanza chiaro ma probabilmente non era stato capito. Forse da qui in avanti anche le tattiche cambieranno, perché i 4 ragazzi in fuga di ieri hanno veramente aperto uno spartiacque.
Detto questo, la giornata mi lascia anche una sensazione molto meno positiva, legata alla neutralizzazione della classifica a 16 chilometri dall’arrivo. Personalmente non mi ha convinto per nulla. Non ho visto un motivo davvero forte per anticipare così tanto il congelamento dei tempi. Non eravamo su un circuito particolarmente pericoloso, stretto, bagnato o reso ingestibile da condizioni estreme. Il percorso era lineare, non così tortuoso da giustificare una decisione tanto pesante.

Il regolamento prevedeva già la neutralizzazione ai cinque chilometri dall’arrivo in caso di circuito, e non ho visto nessun motivo per modificare questa regola. Penso che quando accadono queste cose ci perde tutto il ciclismo, perché perde di credibilità.
Piccola riflessione finale. Vedo estrapolare statistiche sulle salite quasi quotidianamente: tempi di scalata, record battuti, confronti con il passato, watt stimati. Sulle cronometro qualcosa si fa. Sulle tappe di pianura, invece, quasi mai. E non capisco bene il perché, perché anche lì i dati possono raccontare molto.
Ieri, negli ultimi dieci chilometri, la fuga ha pedalato a circa 52,9 km/h di media. Il gruppo, pur sfaldato e probabilmente stanco dopo un lungo inseguimento, ha viaggiato a circa 56,3 km/h. Tantissimo, considerando come è stata tirata la tappa.
Nell’ultima tappa del Giro d’Italia 1997, Boario Terme – Milano, circuito più corto rispetto a quello attuale, meno lineare. Davanti la Saeco, un dream team espressamente creato per tirare la volata a Mario Cipollini: telai in alluminio, copertoncini da 23, ruote a profilo basso in alluminio, magliette sventolanti. Ultimo giro 55,7 km/h di media.
Non significa nulla, le gare non sono numeri ma confronti faccia a faccia. Ma un piccolo raffronto sui treni dei velocisti, visto che nessuno lo fa, valeva la pena aggiungerlo.


































