Attraversati i primi due paesi, Colombia ed Ecuador, entriamo nel mese di maggio 2023 in Perù. Fortunatamente abbandoniamo il periodo delle piogge che ci ha perseguitato per i 60 giorni precedenti in Ecuador e passiamo la frontiera dalla strada più orientale nella regione dell’Amazonas. Il clima è caldo e abbastanza umido, siamo ancora a bassa quota, a circa a 1.500 metri sul livello del mare, e puntiamo ad arrivare a Chachapoias: “serra de selva”, un luogo che si trova in un promontorio a 2.500 metri nella regione amazzonica nordorientale peruviana, terribilmente umida e caliente.

In questo tratto di circa 350 chilometri incontriamo due cicloturiste canadesi: passiamo una settimana con loro condividendo accampamenti, cibo e pedalate in canyon incredibili. La strada stranamente è asfaltata rendendo il tutto più rapido e leggero e dandoci la possibilità di macinare chilometri. Dopo una piccola pausa in questa cittadina ordinata e affascinante, riprendiamo il viaggio verso sud cercando di riavvicinarci alla Cordillera. Puntiamo a questo punto ad arrivare a Cajamarca, capitale dell’omonima regione, situata nel mezzo della Cordillera stessa. Riguadagniamo un po’ di dislivello positivo e, prima di giungere all’obiettivo, ci toccano un paio di passi indimenticabili.
Il primo “Calla Calla” a 3.616 metri che ci vede pedalare sotto un acquazzone tremendo e a temperature abbastanza basse per i nostri standard, il secondo El Lanche a 3.127 metri che gode di una vista su tutta la valle di Celendin. In quella giornata in pratica riusciamo a fare lo stesso dislivello in discesa e in salita, ovvero 1.800 metri.
Il paesaggio, la fauna e flora cambiano repentinamente. Si passa dal caldo arido caratterizzato da cactus, arbusti spinosi e serpenti corallo, al verde e fresco dei 3.000 metri. Cerchiamo sempre di accamparci in quota in modo da poter godere del vento fresco della sera e dormire sonni tranquilli senza troppe mosche e zanzare che molestano il nostro riposo. Oramai siamo quasi a destinazione e nel giro di qualche giorno arriviamo finalmente a Cajamarca dove decidiamo di fermarci per rilassarci un poco, sistemare le biciclette e recuperare le energie per poter poi continuare il cammino verso la Cordillera Blanca.
Come spesso accade, le giornate in bicicletta sono imprevedibili e può succedere di tutto, da incontri inaspettati a imprevisti sia meccanici che climatici, e così è stato anche per la pausa a Cajamarca. L’aspettativa di rimanere solo una settimana diventa ben presto un’illusione. Ci fermiamo alla fine per un mese intero a Baños del Inca, un paesino alla periferia della Capitale. Qui conosciamo Abraham, un giovane ragazzo gestore di un ostello, con cui leghiamo subito e si crea un’amicizia fin dai primi giorni. La nostra permanenza è inevitabilmente influenzata dalla presenza di un forno a legna e di una cucina spaziosa e fornita, che può dare spazio alla nostra fantasia. É così, infatti, che iniziamo a preparare lievitati per i clienti dell’ostello. La specialità è la pizza, ovviamente, ma anche torte alla nocciola e al cioccolato per poter offrire un’esperienza italiana completa.
Con il passare dei giorni anche paste e succhi di frutta prendono parte al menù offerto ai viaggiatori per questo magico posto. Così, tra una pizza e una pasta, il tempo passa, le amicizie si consolidano e iniziamo a essere conosciuti anche dalle signore del mercato dove ci riforniamo di materie prime. Ci sentiamo sempre più parte di una piccola comunità costruita sulla fiducia, il rispetto e l’ammirazione. Conosciamo in maniera più diretta e profonda la cultura del posto che ci circonda, lasciandoci ogni giorno sempre più affascinati e legati a Baños del Inca.
Incontriamo tanti viaggiatori ma tra tutti non possiamo che ricordare Sander, un ragazzo belga in viaggio da oltre sei mesi con il suo zaino enorme. Nasce un legame interessante che ben presto diventerà molto di più.

Sì, perché Sander, passate tre settimane insieme a noi in questo fantastico ostello, decide di comprare una bicicletta, borse ed equipaggiamento per poter pedalare con noi. E proprio così, si aggiunge un membro al team! E dopo un mese di permanenza ripartiamo per raggiungere la Huaraz, cuore andino peruviano. Arrivati a Caraz, cittadina ai piedi del Huascarán nonché la montagna peruviana più alta con i suoi 6.768 metri, le nostre strade si dividono. Sander continua la discesa verso Cusco mentre noi ci ritagliamo del tempo per fare delle camminate in queste valli incredibili. Saliamo al campo base del Pisco a 4.650 metri, ci accampiamo alla Laguna 69 godendo di viste panoramiche a 360 gradi, saliamo alla Laguna Paron e giungiamo fino al ghiacciaio della valle dell’Artesonraju. Insomma, decidiamo di immergerci in queste valli per staccare un po’ dalla bicicletta e stare ancora più a contatto con gli Apu, montagne considerate divinità nella cultura Inca, e la natura stessa.
Ma il tempo, anche in questo caso, vola e dobbiamo ben presto riprendere il cammino. Anche questa volta i piani cambiano e, accompagnati da Marcel, ragazzo cicloturista sudafricano di CapeTown, decidiamo di inerpicarci su per il passo “Portachuelo de Llanganuco”, a 4.767 metri, per poter circunpedalare il Huascarán. Iniziamo a essere veramente alti e tutti e tre, a colpi di pedali, raggiungiamo in un paio di giorni la “Punta Olimpica”, passo più alto mai raggiunto fin ora: 4.890 metri. Nonostante fosse possibile tagliare il passo percorrendo un tunnel costruito da poco, decidiamo di percorrere la strada vecchia, scenica e un pochino pericolosa a causa delle frane che sbarrano in più punti il passaggio. Ma l’energia è talmente tanta che riusciamo a sorpassare qualsiasi difficoltà: freddo, vento e altezza non ci possono fermare. Arrivati qua in cima non ci resta che scendere per raggiungere Huaraz, dove ancora una volta, torniamo ad essere il classico e mitico duo! Da qui, riposati e rifocillati a suon di succhi naturali e cibo locale rigorosamente del mercato, inizia l’ennesima sfida: la Great Peru Divide. Ebbene sì, la strada che decidiamo di percorrere per arrivare fino a Cusco è una delle strade cicloturistiche più famose, più dure e più incredibili. Si tratta di 1.600 chilometri circa con 40.000 metri di dislivello positivo insinuandosi tra passi alti e paesaggi dispersi in mezzo alla Cordillera.

La strada è fin da subito sterrata e ogni giorno dobbiamo affrontare salite che ci vedranno toccare di nuovo i 5.000 metri, svariate volte. Siamo ben attrezzati e iniziamo ad essere anche ben acclimatati all’altezza e, nonostante il peso che ci portiamo dietro sulle nostre biciclette, riusciamo a trovare un buon ritmo per scendere latitudini abbastanza in fretta.
Lungo la strada, due sono i paeselli che non possiamo dimenticare: Oyon dove il mitico Marcel ci raggiunge per continuare questa avventura con noi e Huancavelica, dove dobbiamo fermarci assolutamente per poter riparare danni gravi ad entrambe le biciclette. In particolare, dopo quasi 6.500 chilometri e un centinaio di chilometri di dislivello positivo oramai accumulato dall’inizio del viaggio, il movimento centrale di una delle due bici e il forcellino dell’altra cedono inesorabilmente alla fatica e allo stress. Inutile dire che nel mezzo del nulla andino non è facile né trovare un ciclista affidabile né trovare pezzi di ricambio per biciclette abbastanza moderne. Così siamo costretti a prendere per la prima volta un bus per raggiungere Ayacucho, città metropolitana fornita dei ricambi necessari per mettere in sesto tutti i danni accumulati. Il grande Frenk ci aiuta a fare tutte le riparazioni e la sostituzione dei cerchioni che oramai sono tutti crepati a causa del peso e delle strade sterrate. Dopo quasi cinque giorni di riparazioni meccaniche e molta pazienza siamo pronti per ripartire e continuare la Great Perù Divide per arrivare a Cusco.
In realtà nelle settimane precedenti abbiamo incontrato svariati altri cicloturisti, e tra tedeschi, olandesi, inglesi, svizzeri e francesi leghiamo particolarmente con Greg, pazzo scatenato partito dal Canada. Con lui pedaliamo tutta questa seconda parte del “dividido” e raggiungiamo insieme Abancay, città a 150 chilometri dall’Ombelico del Mondo.
Le nostre strade, dopo due settimane di dure pedalate insieme, si dividono e noi, chissà con quale energia, decidiamo di camminare il Choquequirao prima del vero arrivo trionfale a Cusco. Per chi non lo sapesse questa camminata prevede l’arrivo, dopo tre giorni intensi sotto al sole e in salite ripidissime, in una cittadina Inca simile a Machu Picchu. E senza pause dalla pedalata ci carichiamo gli zaini con cibo, fornelletto e tenda per portare a termine anche questa missione decisa all’ultimo. La faccenda è assai stancante e le nostre gambe ci chiedono pietà. Il peso dello zaino soprattutto durante le discese ci provocano dolore alle ginocchia e acido lattico che non scordiamo facilmente. Oramai però siamo vicini alla meta e, nonostante tutti gli acciacchi fisici accumulati, diamo l’ultimo colpo di reni per raggiungere finalmente la città imperiale di Cusco. È tempo di riposo.
Dopo qualche giorno, passato a pedalare nel “Valle Sagrado” e aver cambiato leggermente l’assetto delle biciclette e soprattutto aver scaricato un po’ di peso, siamo pronti per ripartire per la “Ruta de las Tres Cordilleras”. Ancora una volta il team è composto da noi due più Sander che ci ha aspettato per poter continuare insieme. Per i primi giorni i paesaggi sono scenici e continuano ad essere sterrati infiniti che attraversano montagne desolate. Tocchiamo ben presto il passo più alto mai scaricato a 5.120 metri. Le salite sono lunghe ma un pelo più facili rispetto alle precedenti. Siamo ancora nel cuore delle Ande e ci tocca superare l’Ausangate, complesso geologico alto e pieno di vette ghiacciate.
L’ultima parte di questa meravigliosa strada è piena di miniere. Capita spesso di trovare buchi nella montagna e camion che fanno avanti e indietro portando minerali a zone di smistamento. Le cittadine incontrate sono per lo più fatiscenti e poco turistiche, qua la maggior parte della popolazione lavora in suddette mine. Ci raccontano che il lavoro in miniera è duro e spesso poco ricompensato, per non parlare del rischio a cui sono sottoposti tutti i giorni e le tecniche di estrazione per lo più manuali e tradizionali.
Decidiamo di cambiare rotta rispetto a quella programmata per questioni burocratiche di frontiera. Siamo in Perù da più tempo rispetto a quello legale datoci all’ingresso del paese. Non possiamo rischiare di trovarci isolati e toccare il confine boliviano senza i documenti in regola. Si inizia a scendere quindi verso il lago Titicaca percorrendo strade più frequentate ma soprattutto asfaltate. Passiamo gli ultimi quattro giorni pedalando affiancando il lago navigabile più alto del mondo e accampandoci nella pianura altiplánica. Gli ultimi giorni di pedalata insieme a Sander sono piatti e caratterizzati da vento e caldo durante tutta la giornata. Finalmente, dopo sei mesi di permanenza in Perù, arriviamo alla frontiera di Kasani e regoliamo tutti i documenti per poter passare legalmente il confine. Anche questa volta ce l’abbiamo fatta, siamo pronti per affrontare le montagne boliviane ma soprattutto a conoscere un nuovo paese con tutte le sue sfaccettature. Siamo in Bolivia.
Un viaggio sulle Ande per raccontare una bella iniziativa di solidarietà


















































