Servizio Speciale di Milena Franco
Dal 26 giugno al 4 luglio ho avuto l’opportunità di partecipare, in qualità di studentessa, alla Summer School di EIT Urban Mobility dedicata al tema dell’Inclusive Mobility. Un invito personale del professor Giovanni Cricella, preside della Master School di EIT Urban Mobility e docente di mobilità urbana presso l’Università di Gand, in Belgio.
È stata un’esperienza impegnativa e formativa, che ha arricchito profondamente sia il mio percorso personale che quello professionale. Ho avuto il privilegio di lavorare in un contesto internazionale e multiculturale, confrontandomi non solo con realtà europee, ma anche con visioni e approcci provenienti da tutto il mondo. Il nostro gruppo, composto da docenti e studenti, rappresentava quasi tutti i continenti.
Dopo una prima giornata di accoglienza, dedicata alla presentazione dettagliata del programma e alla festa di benvenuto, siamo stati suddivisi in sei gruppi di lavoro, per un totale di 36 partecipanti. Il messaggio guida era chiaro e potente: “L’accessibilità per le persone con disabilità non è negoziabile”. Ed è proprio su questo principio che abbiamo studiato e poi costruito i nostri progetti finali.
Abbiamo vissuto dieci giorni intensi e stimolanti, arricchiti anche da momenti culturali, come la visita alla splendida Gand e una gita nella romantica Bruges e con lo sguardo è rimasto sempre fisso sul nostro obiettivo. Le mattine erano dedicate a lezioni teoriche sulla mobilità urbana, durante le quali abbiamo analizzato ciò che è stato fatto – e ciò che resta da fare – per garantire autonomia e dignità a chi vive con disabilità fisiche, sensoriali, cognitive o patologie croniche. Abbiamo discusso anche delle esigenze di categorie spesso dimenticate: donne in gravidanza, persone che – a causa di esperienze traumatiche – evitano di muoversi da sole, abitanti delle periferie scarsamente collegate. L’obiettivo era ambizioso: progettare una mobilità davvero integrata, che sia realmente accessibile a tutti. Ogni pomeriggio ci veniva affidata una sfida pratica. Dopo una fase di brainstorming per definire l’obiettivo della giornata, uscivamo in città, a piedi o in bicicletta, per raccogliere dati e osservazioni dirette.
Sfide da affrontare
La prima sfida? Individuare le criticità nella mobilità per le persone con disabilità nella città di Gand. Una sfida tutt’altro che semplice per me: come riconoscere ciò che non funziona in un contesto dove il pedone è protagonista e le auto sono quasi assenti, così diverso da molte realtà italiane? Eppure, grazie al confronto e alla collaborazione con colleghi provenienti da Stati Uniti, Congo, Finlandia, Cina e Romania, sono riuscita anch’io a vedere ciò che sfugge a un primo sguardo.
Alla fine di ogni giornata rientravamo in aula per elaborare le soluzioni, prima su carta e poi con progetti tridimensionali, che venivano presentati al resto dei partecipanti e ai docenti. Per le sfide quotidiane avevamo al massimo 50 minuti per sviluppare le proposte; per il progetto finale ci è stato concesso un giorno e mezzo. Le lezioni terminavano sempre puntualmente alle 18, poi tutti a far festa. È stato un lavoro collettivo, basato su idee, esperienze e competenze condivise. Nessuno è stato escluso. Perché la mobilità è un diritto universale, e ciascuno – con o senza disabilità – deve avere la possibilità di scegliere liberamente il proprio modo di muoversi, senza condizionare o limitare le scelte degli altri.
Il progetto: la mappa urbana
Il progetto finale del mio gruppo di lavoro? All’apparenza semplice, abbiamo affrontato un problema tanto concreto quanto trascurato: la mancanza di un linguaggio universale per orientarsi negli spazi urbani. Abbiamo ideato una mappa urbana accessibile, analogica, basata su simboli chiari, colori intuitivi e linguaggio tattile per ipovedenti. Una mappa pensata in due formati: gigante, da posizionare nei punti chiave della città, e tascabile, utile per turisti, migranti o per chi si trasferisce in un nuovo quartiere.
Una soluzione concreta e inclusiva. Perché l’inclusione è prima di tutto comunicazione e spesso ci si sente più disabili quando non si riesce a comunicare, che non quando si ha una limitazione fisica. Questo progetto è nato non solo da un’analisi tecnica, ma anche dalla condivisione quotidiana di spazi, idee, ostacoli e soluzioni. Dieci giorni che ci hanno insegnato a cercare risposte con uno sguardo globale e a riconoscere il valore dell’ascolto e del confronto. Nessuno deve essere lasciato indietro, nessuno deve sentirsi straniero in un mondo che dovrebbe essere libero da barriere e confini.
Esperienza da trasferire a Bari
È stata un’esperienza preziosa, e fortunatamente non resterà isolata. A settembre, infatti, si terrà una nuova Summer School a Bari, questa volta sul tema della dipendenza delle città dalle automobili. Un’occasione unica per confrontarsi su come affrontare le sfide urbane in modo concreto e condiviso, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove il percorso verso una rigenerazione urbana sostenibile è ancora agli inizi. Partecipare alla Summer School di EIT Urban Mobility significa scegliere di affrontare i problemi senza nasconderli sotto il tappeto. Significa riconoscerli, comprenderli e cercare di risolverli davvero. Le iscrizioni per Bari sono ancora aperte: è un’opportunità da cogliere per chi vuole confrontarsi con soluzioni innovative e già sperimentate in altri Paesi. Perché se hai un problema e non cerchi soluzioni, i problemi diventano due.
Ulteriori informazioni: https://www.geography.ugent.be/sustainable-mobility-summer-school









































