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Home Interviste

Intervista: Ernesto Colnago – il carbonio, la fede nel mestiere e l’arte di vedere prima degli altri

Guido P. Rubino di Guido P. Rubino
9 Febbraio 2026
in Interviste, Storia della bicicletta
A A
0
Ernesto Colnago

Se dite a Ernesto Colnago che è stato un innovatore vi dirà che non si definirebbe così, ma di cambiamenti ne ha portati un bel po’ nel ciclismo e nella bicicletta, scegliete voi l’ordine.

Non vi parlerà di marketing, ma ha creato uno dei marchi più riconosciuti al mondo grazie proprio alle innovazioni, anche estetiche, che ha saputo inventare. Se parlate di “epica” dirà che non c’entra niente con lui, ma la sua vita ha la struttura di un romanzo industriale italiano. E ci troverete anche qualcosa di romantico insieme a momenti decisamente duri.

Nel suo racconto convivono la fame del dopoguerra, la bottega come scuola, la scienza applicata al mestiere, la capacità di vedere prima degli altri. Colnago non racconta solo cosa ha fatto: racconta perché lo ha fatto. E in quel “perché” c’è la chiave di una rivoluzione silenziosa.

>>> La Collezione di Ernesto Colnago

Ernesto Colnago è stato sempre considerato un “senatore fuori corsa” nel ciclismo. Non è stato un campione. Ha corso da ragazzo, si è tolto pure qualche soddisfazione ma lui, nel ciclismo, non ci sarebbe entrato dalla porta principale delle vittorie ma da quella secondaria dell’officina.

Ha imparato e poi ha imparato a farsi valere. Ha seguito un percorso come avviene pure in corsa, prima di allargare i gomiti sapeva di dover fare gavetta. E non gli è certo mancata.

A 13 anni ho cominciato a lavorare

Colnago, il suo rapporto con la bicicletta nasce molto presto.
«Prestissimo. Avevo 13 anni. Sono passati tantissimi anni da quando ho iniziato a lavorare (ti guarda, come a dire “ancora non ho smesso eh, ndr”. All’oratorio c’era un cartello: cercavano ragazzi dai 14 anni in su. Io ne avevo 13, ma ho falsificato i documenti. In quegli anni o imparavi un mestiere o restavi indietro».

Arriva così a Milano.
«Alla Gloria, in viale Abruzzi 42. Una fabbrica bellissima. Facevano telai da corsa. Io mi sono presentato con quello che avevo: un pastrano che mio zio aveva portato dalla Russia, verde, poi tinto di blu da mia madre. Non avevo tasche, lei le ha tagliate a mano. Non avevo niente, ma avevo una fame incredibile di imparare».

Il primo impatto con l’officina è duro.
«Saldavo telai tutto il giorno. Il 25 novembre, Santa Caterina, sbagliai qualcosa e un ragazzo per farmi capire, mi passo il saldatore su una mano. Una scottatura tremenda In officina impari subito che se non stai attento ti fai male. È una scuola severa, ma funzionava così».

A 17 anni diventa capogruppo al montaggio.
«Perché osservavo tutto. Non facevo solo quello che mi dicevano. Guardavo come lavoravano gli altri, come reagiva il materiale, cosa succedeva se cambiavi un gesto. La bottega era la mia università».

La bottega come università permanente

Per Colnago il lavoro manuale non è mai separato dal pensiero.
«La manualità senza testa non vale niente. Ogni saldatura racconta qualcosa. Ogni vibrazione ti dice se hai lavorato bene o male. Se ascolti, la bici parla».

Questa capacità di ascolto diventa presto un metodo.
«Io ho sempre cercato di capire il perché delle cose. Perché si rompe qui? Perché questo angolo funziona e questo no? Se non ti fai queste domande, resti un montatore. Io volevo costruire».
La bicicletta, per lui, non è un oggetto statico.
«È un sistema. Telaio, forcella, movimento centrale, pedalata. Se cambi una cosa, cambiano tutte le altre».

Il carbonio: intuizione, rischio e studio

Il punto di svolta arriva con il carbonio.
«Quando ho visto il carbonio, ho capito che lì c’era il futuro. Ma ho capito anche che era un materiale pericoloso se usato male. Tutti oggi dicono “carbonio”, ma il problema non è la parola. È come lo fai».

Colnago insiste molto su questo punto.
«Il carbonio non è plastica. È fibra, orientamento, stratificazione. Non basta incollare pezzi. Se metti 7 pelli senza sapere perché, rompi tutto».

Per questo decide di studiare.
«Ho speso soldi al Politecnico di Milano, ho fatto test con Ferrari, prove distruttive, esperimenti continui. Dovevo essere sicuro che i telai non si rompessero. Perché se perdi una corsa per un telaio che si spacca, hai fallito».

Molti, all’epoca, avevano paura.
«Tutti copiavano, ma nessuno correva. Io sì. Abbiamo fatto 1°, 2° e 3°. Lì gli industriali hanno capito. Da quel momento il carbonio è diventato normale. Ma prima no».

Geometrie, forcelle e responsabilità

Colnago parla spesso di millimetri.
«Perché i millimetri decidono la postura di un corridore. Se una forcella è più lunga di 10 millimetri, cambia l’assetto, cambia l’angolo del telaio, cambia il modo di spingere. Il corridore non lavora più dritto. E poi si fa male».

Una responsabilità enorme per il costruttore
«Quando un atleta si fida di te, non puoi sbagliare. Io non ho mai costruito una bici pensando solo al peso. Ho sempre pensato alla persona sopra».

La pedalata come centro del progetto

Un tema ricorrente nel suo racconto è la pedalata.
«La pedalata è l’anima della bici. Deve essere rotonda. Il pedale destro, il sinistro, le corone, il mozzo: tutto deve lavorare insieme.
«Quando spingi, trasmetti forza. Se il perno è sbagliato, se il filetto è fatto male, se c’è uno spigolo vivo, prima o poi si rompe. Io queste cose le ho viste succedere».

Ha dato consigli anche alle aziende con cui ha lavorato.
«Con Campagnolo ci sono stati casi di perni in titanio che si rompevano. Il problema era il quadrato, lo spigolo. Io dicevo: così non va fatto. Bisogna lasciare intatta la struttura. Sono dettagli piccoli, ma decisivi».

Alluminio, titanio e sperimentazione continua

Dopo l’acciaio e il carbonio arrivano altri materiali.
«Con l’alluminio mi sono fatto mandare a imparare a saldare a Genova. 3 giorni a settimana per 1 mese. La mano non deve tremare. Se fai nodi, hai sbagliato mestiere».

Il titanio è un’altra sfida.
«Con il titanio ho fatto il Giro d’Italia e il Giro di Spagna. Poi ho unito alluminio e titanio, e infine ho fatto le congiunzioni in carbonio. Se sai come unire i materiali, puoi inventare tutto».

Cosa pensa del ciclismo di oggi?
«È veloce, ma a volte è vuoto. Si parla di watt, di grammi, ma non si guarda dentro. Manca la bottega, manca il rapporto maestro-allievo».

Che consiglio darebbe a un giovane meccanico o costruttore?
«Usa le mani. Sporcati. Sbaglia. Guarda. Il mestiere non si impara sui cataloghi o sui computer. Io ho cominciato a 13 anni e dopo tanti anni sono ancora qui».

Ernesto Colnago non ha solo costruito biciclette. Ha costruito un metodo, un’etica, una visione. Ha dimostrato che l’innovazione vera nasce dall’attenzione, dalla competenza e dal coraggio di assumersi responsabilità.

In ogni telaio c’è una scelta. In ogni scelta c’è un’idea di mondo.
E nel mondo di Colnago, la bicicletta non è mai stata un oggetto qualunque, ma una promessa da mantenere.

Tag: ernesto colnagoevidenzaintervistastoria

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Cyclinside® è una testata giornalistica registrata nel 2008 e poi presso il Tribunale di Varese con n° 1/2019 del 31/01/2019 - Editore Guido P. Rubino P.I. 10439071001
Iscrizione al Registro degli Operatori della Comunicazione con registrazione n° 35370 aggiornata 8 ottobre 2020.

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