Nel 1993, nel lessico nascente di Internet comparve un’espressione destinata a restare: “Eternal September”. Nacque dentro Usenet, che allora era uno dei principali luoghi di confronto online.
Usenet non era un sito, né un social network come li intendiamo oggi. Era una rete distribuita di discussione, organizzata in newsgroup tematici: tecnologia, scienza, politica, sport, cultura. I messaggi non stavano su un’unica piattaforma centrale, ma venivano replicati tra server universitari e istituzionali collegati tra loro. Un sistema cooperativo, nato alla fine degli anni Settanta, quando Internet era ancora un’infrastruttura accademica.
Prima dell’arrivo dei provider commerciali, l’accesso alla rete era quasi esclusivamente universitario o legato a centri di ricerca. Questo significava che la maggior parte degli utenti di Usenet erano studenti, docenti, ricercatori o tecnici. Persone abituate a un certo rigore formale, a un’idea di comunità basata su regole condivise e su una netiquette non scritta ma ben difesa.
Ogni settembre, con l’inizio dell’anno accademico, arrivavano le matricole. Nuovi utenti che scoprivano Usenet per la prima volta. Per qualche settimana i newsgroup si riempivano di domande ripetute, errori di formattazione, discussioni fuori tema. I “veterani” sospiravano, correggevano, talvolta rimproveravano. Poi, col tempo, i nuovi imparavano. Settembre finiva.
Nel 1993 accadde qualcosa di diverso. Il provider AOL (AmericaOnLine) aprì l’accesso a Usenet ai propri abbonati. Non più solo universitari, ma grande pubblico. L’ondata di nuovi utenti non fu stagionale, ma continua. Non c’era più un ciclo naturale di ingresso e assimilazione. La cultura originaria dei newsgroup venne travolta da numeri che non riuscivano a essere “educati” con la stessa velocità con cui arrivavano.
Settembre diventò eterno.
Quel passaggio segnò la trasformazione di Internet da spazio ristretto e autoregolato a fenomeno di massa. Non fu solo una questione tecnica. Fu culturale.
Mi è venuto in mente questo parallelismo un po’ nerd mentre ripensavo a come ho iniziato ad andare in bicicletta e a come molti iniziano oggi, magari non più giovanissimi e magari già utenti della strada.
Qualcosa di simile nel ciclismo
Anche il ciclismo, per molto tempo, è stato una comunità con un apprendistato implicito. Non serviva un manuale per sapere che, sentendo sopraggiungere un’auto, ci si metteva in fila per uno. Che in gruppo non si frena di colpo. Che la traiettoria si tiene pulita. Che il cambio, in testa al gruppo, si dà in un determinato modo, girando per restare coperti dal vento. Che le buche si segnalano con un cenno e così via.
Si imparava per prossimità. Dai più anziani, quelli con più esperienza, non necessriamente con più anni. Dai capitani della strada (come li definiva il mondo Audax), i compagni di ruota più o meno occasionali. Era una cultura orale, fatta di esempi e correzioni, di sguardi e di richiami.
Oggi il ciclismo è diventato fenomeno più ampio. Nuovi praticanti arrivano da altre esperienze: automobilisti che hanno scelto la bici, sportivi che cercano un’altra forma di allenamento, utenti urbani che scoprono la pedalata in età adulta. È un arricchimento evidente. Ma, come su Usenet nel 1993, l’ingresso non sempre è accompagnato da un percorso di educazione.
I newbie della bicicletta
Molti errori che generano tensione tra ciclisti e automobilisti nascono da qui: pedalare affiancati quando il buon senso, prima ancora del Codice della strada, direbbe altro, traiettorie imprevedibili, segnali mancati, attraversamenti affrontati con leggerezza. Non sempre c’è malizia, spesso c’è inconsapevolezza. L’idea che la bici, in quanto fragile, autorizzi a una libertà totale.
La strada è uno spazio condiviso, non una rivendicazione identitaria. Su Cyclinside abbiamo insistito più volte su un punto semplice: l’educazione ciclistica è parte della sicurezza. Non solo il rispetto formale delle norme, ma la costruzione di una cultura del comportamento. Stare in fila non è sottomissione all’auto, è tutela del gruppo. “Dare il cambio”, alternarsi in testa a tirare, non è esibizione di forza, è gestione collettiva dello sforzo. Segnalare una buca non è cortesia, è responsabilità.
L’Eternal September del ciclismo non è l’arrivo dei nuovi ciclisti. È la mancanza di un sistema che li accompagni dentro una grammatica condivisa.
Come su Usenet, non si tratta di chiudere le porte, si tratta di trasmettere cultura, di tornare a spiegare perché certe regole non sono imposizioni, ma strumenti di convivenza. Perché la libertà della bici funziona solo se è compresa dentro un patto.
Altrimenti settembre, anche sulla strada, non finisce mai e qui, oltre al caos, si rischia la vita.
È una fase su cui dobbiamo lavorare tutti con l’onestà di riconoscere gli errori fatti per correggerli e superarli, perché, come cantavano i Green Days, da questo settembre vorremmo svegliarci al più presto.


































