Ha senso che le biciclette dei corridori siano regolarmente in vendita? Nel ciclismo questa domanda è quasi un tabù, eppure è centrale per capire molte delle distorsioni che il settore vive oggi.
Il ciclismo è praticamente l’unico sport in cui un appassionato può acquistare, senza mediazioni, lo stesso strumento utilizzato da chi gareggia al massimo livello. Succede con le bici dei professionisti, con gli stessi telai, gli stessi gruppi, spesso persino con le stesse configurazioni. È un unicum nello sport moderno, ma anche un’anomalia. Perché quelle biciclette nascono per rispondere a esigenze estreme, misurabili in secondi, watt e millimetri, non per l’uso quotidiano di chi pedala per passione, anche ad alto livello.
Le aziende, va detto, sanno costruire biciclette di altissima gamma anche senza prendere come riferimento diretto il professionismo. Lo dimostrano modelli che Cyclinside ha spesso raccontato: bici precise, veloci, affidabili, capaci di offrire prestazioni eccellenti senza inseguire l’ultima esasperazione aerodinamica o la riduzione di peso al limite del regolamento. E qui nasce la vera domanda: cosa ce ne importa davvero di una bici che permette di guadagnare trenta secondi su quaranta chilometri a quaranta all’ora? Serve davvero a chi non corre il Tour, non fa cronometro mondiali e non si gioca un contratto su quei dettagli?

Ci serve, non ci serve?
Al netto del piacere di possedere un oggetto tecnologicamente raffinato, la risposta è spesso no. Le sensazioni di guida, la precisione, la velocità percepita e reale possono essere raggiunte anche con biciclette meno estreme, meno costose e spesso più equilibrate nell’uso reale. Il problema è che il mercato continua a essere trainato dall’idea che “la bici dei pro” sia il riferimento assoluto, quando in realtà rappresenta un’eccezione funzionale.
Da qui nasce una possibile provocazione: perché non lasciare davvero ai corridori mezzi che non abbiano senso sul mercato? Biciclette pensate esclusivamente per la competizione, anche molto costose, anche molto evolute, con un controllo UCI che eviti che il mezzo diventi preponderante sulla prestazione, ma senza l’obbligo di dover essere “in vendita” in modo fittizio. Sarebbe un laboratorio tecnologico puro, dal quale far poi discendere soluzioni adattabili, semplificate e sostenibili per il mercato reale.

L’esempio (logico) degli altri sport
In altri sport funziona così. Esistono moto stradali che costano quanto una bicicletta di alta gamma, ma una vera MotoGP, o anche solo una replica fedele, ha prezzi completamente diversi. La moto del pilota? È fuori mercato, e nessuno finge il contrario. Lo stesso vale per una Formula 1. Nel ciclismo, invece, si continua a sostenere una finzione regolamentare che porta a situazioni paradossali.
Un esempio evidente sono le biciclette costruite per il record dell’ora, come quelle realizzate da Pinarello per Ganna, con prezzi dichiarati superiori ai novantamila euro. Un modo per dire all’UCI che sì, quella bici è regolare e acquistabile, pur sapendo che non ha alcun legame con il mercato reale. Chi la vuole può pagarla, certo, come si può decidere di acquistare una vera moto da gara. Ma smettiamo di chiamarla “bici per tutti”.
Questa ambiguità ha anche effetti collaterali pesanti sull’innovazione. Su Cyclinside abbiamo raccontato più volte come alcune tecnologie nate per il WorldTour facciano fatica a trovare una collocazione commerciale. Il caso dei sistemi di regolazione automatica della pressione degli pneumatici è emblematico: soluzioni avanzatissime, viste in gara, che non riescono a diventare prodotto, fino al fallimento delle aziende che l’aveva sviluppata. Forse perché il percorso è invertito: si parte dal professionismo, ma senza una vera strategia di adattamento al mercato. Strategia che, evidentemente, non avrebbe sempre senso.
Il paradosso della semplicità
Un tempo la bicicletta era un mezzo relativamente semplice, per materiali e meccanica. Oggi non lo è più. L’evoluzione tecnologica ha portato a soluzioni raffinate, ma spesso inutili per il pedalatore comune. Il risultato è un aumento dei prezzi, una percezione di inaccessibilità e, paradossalmente, una difficoltà nel vendere proprio ciò che dovrebbe rappresentare il futuro.
Forse la strada da percorrere è un’altra: separare in modo più netto il mondo delle corse da quello del mercato. Lasciare che il professionismo sperimenti senza compromessi, e riportare la bicicletta di uso comune entro limiti di prezzo e di complessità più sensati, senza rinunciare alla tecnologia, ma scegliendo quella che serve davvero. Sarebbe un vantaggio per tutti: per i corridori, per le aziende e, soprattutto, per chi pedala ogni giorno senza dover inseguire secondi che, semplicemente, non gli servono.

Ansia da acquisto. Parliamone
C’è poi un aspetto di cui si parla poco, ma che pesa moltissimo sulle scelte di chi compra una bicicletta: l’ansia da acquisto. In un mercato che prende come riferimento costante il professionismo, il rischio è quello di sentirsi sempre “un gradino sotto”, anche quando si sta comprando un mezzo eccellente. Non perché manchi qualcosa davvero, ma perché manca l’etichetta giusta, il modello giusto, la bici che è anche quella dei pro.
Separare in modo più netto le biciclette da gara estrema da quelle destinate al mercato avrebbe anche questo effetto virtuoso: restituire serenità al momento dell’acquisto. Si potrebbe comunque tendere al massimo possibile, scegliere il meglio per il proprio utilizzo, ed esserne pienamente soddisfatti, senza l’ansia di dover inseguire un livello che non ha senso se non per un obbligo psicologico. La necessità di dimostrare adeguatezza personale e di preservare la propria autostima, evitando qualsiasi confronto sfavorevole con gli altri.
Oggi spesso si compra non solo per ciò che serve, ma per ciò che si teme di non avere. Si finisce per anelare a soluzioni pensate per un contesto che non è il nostro, giustificando spese elevate con differenze che, nella pratica, non verranno mai sfruttate. Non è solo una questione tecnica, è una questione culturale. E anche di comunicazione.
Rimettere in ordine il mercato
Un mercato più onesto, in cui la bici dei corridori è davvero la bici dei corridori, e quella in vendita è la migliore possibile per chi pedala ogni giorno, aiuterebbe a rimettere le cose al loro posto. Non sarebbe un passo indietro, ma un passo avanti: verso una tecnologia più sensata, prezzi più coerenti e una relazione più sana con l’oggetto che amiamo.
Pensateci. Perché forse il vero lusso, oggi, non è avere la bici più simile a quella dei professionisti, ma una bicicletta che abbia davvero senso per noi.


































Articolo che non fa una piega!
Ricordo che un paio di anni fa, mi pare, l’UCI ha costretto un ciclista a togliersi gli occhiali che indossava e che erano nuovi e di cui era il testimonial, solo perchè non erano ancora disponibili sul mercato
Ragionamento imbarazzante e ridicolo
E bisognerebbe sottolineare maggiormente che in tutti gli altri sport sono proprio i professionisti a testare qualcosa per primi e le aziende verificano se poi si possa replicare sul mercato, magari a prezzi più contenuti per questioni di produzione su larga scala o adattamento dei materiali o della tecnologia
UCI da abolire!
Boh, io non ci sto. Prendere come esempio a suffragio delle proprie ragioni sport come moto GP e F1 mi pare ridicolo. Forse chi gioca a tennis non ha la stessa racchetta o scarpe del campione? O chi fa podismo non ha le stesse scarpe o abbigliamento dei maratoneti? Le aziende produttrici di bici sono libere di scegliere il target tecnologico che vogliono a livello commerciale, non vi sembra una limitazione di libertà vietare o meglio portare a considerare per un cicloamatore l’ipotesi di rinunciare ad un piacere, sebbene illusorio? E magari qualcuno fa sacrifici per acquistare l’oggetto della sua passione. E allora? Lo criminalizziamo? Allora diciamo a Rolex di non produrre più orologi, in fondo per vedere l’ora basta una cipolla qualsiasi. Ma che ragionamento è quello descritto in questo articolo?
Scusa se mi permetto, ma mi sembri il classico analfabeta funzionale
Qui nessuno discute come uno può spendere i propri soldi, infatti nell’articolo si dice che volendo si può comprare la stessa motoGP delle gare ma la differenza è che la Dorna non impone alle Case motociclistiche di avere sul mercato le stesse moto usate nei GP, cosa che invece fa l’UCI con TUTTO quello che un ciclista professionista usa. Perfino gli occhiali da sole, cerca su Google Dylan Groenewegen e la sua storia degli occhiali da sole al Tour nel 2024
E questo per tutti gli sport, che sia una racchetta da tennis da 2-300 euro (questo il valore della racchetta che usa Sinner), scarpe da running da 5-600 o gli sci di Brignone!
E’ questa l’assurdità dell’UCI e il meccanismo perverso innescato per spirito di emulazione
Dai ragazzi, leggete prima di commentare, poi fate solo brutta figura ;)
Bell’articolo ,che c’entra il bersaglio e lo dice uno che proprio in questi ultimi tempi si è trovato difronte a questo dolce dilemma : bici da professionista o da “tapascione”?
Ho optato per la bici da professionista perché per me era un sogno averla,indipendentemente dall’uso, che però….uso😁
In conclusione ,ho l’oggetto del desiderio ma mi sono accorto che padroneggiarla e tutto un’altra storia, ahimè, per cui confermo le deduzioni dell’articolo in pieno.
Salve. Trovo il pensiero di fondo di questo articolo molto intelligente e sensato. Sono ormai 20 anni che pratico ciclismo amatoriale, e la piega che ha preso negli ultimi anni il mondo del ciclismo amatoriale in generale personalmente non mi piace proprio. Nessuno finora si è posto il problema, e mi riferisco a chi di questo mondo ne fa mestiere, quante possibilità ha una famiglia media di poter fare praticare questo sport ai propri figli, e non mi riferisco ai problemi legati alla sicurezza. Mi riferisco al fatto che un genitore per attrezzare un figlio/a ad andate in bici e fare ciclismo dovrebbe spendere una cifra spropositata, sia per l’acquisto di una bici che per tutto quello che serve per andarci sopra e divertirsi. Poi se vogliamo parlare di tutta la tecnologia che negli ultimi anni sta permeando il settore bici, non sempre i costi benefici sono a vantaggio del cicloamatore. Quello che serve ad un professionista non è detto che serve ad un amatore. Potrei continuare e dilungarmi. Voglio chiudere dicendo che la cosa che mi più mi piacerebbe venisse inventata e che vorrei che tutti poi montassero sulle proprie bici, fosse un ciclo computer che misurasse il benessere e la felicità che si prova durante una pedalata. Buone pedalate a tutti.