Aria fritta…chiaro che non mi serve,ma se mi piace perché no? Ammetto di essere affetto da “celolunghismo”
Roberto Alonge dal nostro canale Youtube
Un commento dei tanti arrivati al ragionamento sulle biciclette dei professionisti e il regolamento UCI che ne impone l’immissione sul mercato. Rispondo a questo considerando anche tutti gli altri.
Non è una questione di potersele permettere o meno. Se uno ha i soldi e vuole comprarsi la stessa bici dei professionisti, non c’è nulla di male. Il punto è un altro.
Il tema è il meccanismo culturale che si crea quando il modello dei pro diventa l’unico riferimento aspirazionale “legittimo”. Non si tratta di libertà di acquisto, ma della pressione, spesso sottile, che porta molti a sentirsi in difetto se non puntano a quel tipo di bici, anche quando non ne hanno bisogno.
In altri settori non funziona così: nessun appassionato d’auto si sente frustrato perché non guida una Formula 1, né un motociclista perché non ha una MotoGP. Nel ciclismo, invece, la sovrapposizione tra prodotto da gara e prodotto per tutti è diventata la norma. Ed è questo il nodo.
C’è poi un altro aspetto: l’obbligo di commercializzazione, nel pensiero più che condivisibile dell’UCI, serve anche a “calmierare” i costi e a garantire una certa equità tecnica tra i corridori. Ma i prezzi di alcune biciclette dimostrano che non è più il prezzo a garantire l’equilibrio competitivo. Quando puoi aggirare il limite semplicemente sparandolo al massimo, come abbiamo visto con le bici dei record dell’ora, è evidente che il tema non è quanto costa, ma quali regole mantengono davvero centrale la capacità umana.
Il punto quindi non è il “perché no?”, ma il “perché deve sembrare l’unica direzione possibile?”.
La bici dei pro ci serve davvero o è solo una finzione di mercato?

































