Negli ultimi giorni si è riaccesa la discussione sulle riforme del ciclismo professionistico. I media parlano soprattutto della parte più visibile del problema: lo spostamento dei Grandi Giri, l’idea di ruotare le date di Tour, Giro e Vuelta, la distribuzione dei punti UCI, le rivoluzioni mancate come il progetto One Cycling e la necessità di modelli economici più solidi e trasparenti. La critica ricorrente riguarda la struttura del WorldTour, il dominio del Tour de France e una ripartizione dei ricavi televisivi che non sostiene in modo equilibrato le squadre.
Sono temi importanti, certo. Ma rischiano di coprire un aspetto che, secondo me, pesa ancora di più sul futuro del ciclismo: la progressiva desertificazione di tutto ciò che sta sotto il WorldTour.
Gli investimenti? Solo al vertice
Oggi il vertice del movimento concentra la quasi totalità delle risorse economiche e mediatiche. Il risultato è che gli sponsor, invece di finanziare progetti più piccoli e territoriali, preferiscono acquistare un quarto di spalla su una WorldTour, anche senza un reale ritorno tecnico o umano. Significa che una squadra Continental o Professional può lavorare benissimo, avere un progetto serio e formare giovani di valore, ma farà comunque fatica ad attirare investimenti perché non garantisce la partecipazione a un grande giro. E se una squadra non può promettere la ribalta del WorldTour, semplicemente non viene considerata.

Il logorio delle piccole squadre (e di quelle giovanili)
Questo meccanismo sta logorando la base del ciclismo. Le squadre giovanili sopravvivono con risorse minime, spesso grazie alla passione di poche persone. Le tappe intermedie del percorso di crescita si stanno assottigliando: si passa troppo rapidamente dagli juniores all’élite, saltando quegli anni fondamentali in cui un corridore dovrebbe formarsi con calma. Le corse minori perdono partecipazione, prestigio e sostegno economico. E ogni stagione assistiamo alla chiusura di squadre che, in un sistema più equilibrato, dovrebbero essere il cuore pulsante del movimento, oltre che di gare che spariscono.
Per il ciclismo non basta il WorldTour
In altre parole, la piramide si è rovesciata: tutta la ricchezza e tutta l’attenzione sono concentrate in cima, mentre la base – quella che dovrebbe alimentare il futuro – si indebolisce. Il paradosso è che il WorldTour, da solo, non può sostenere il ciclismo. Non può produrre talenti senza un vivaio solido, non può garantire continuità economica senza l’ampiezza del movimento, non può crescere se tutto ciò che gli sta sotto si impoverisce.
In altre parole, il ciclismo oggi è forte delle basi che ha avuto in passato,
ma ora sta lavorando solo sulla punta della piramide, distruggendo le basi e quindi auto-divorandosi il proprio futuro.
Ecco perché, secondo me, discutere delle date dei Grandi Giri o della posizione di Tour e Giro nel calendario è poco più che una distrazione. Il ciclismo non ha bisogno di spostare le pedine, ma di ricostruire il terreno su cui poggia la scacchiera. Servono investimenti sulla base, progetti credibili per le squadre e le gare giovanili, un modo nuovo di valorizzare la categoria Continental e una riflessione seria su come redistribuire opportunità e visibilità. Senza fondamenta forti, anche il vertice più solido rischia di perdere significato.
Il futuro del ciclismo si gioca lì, non nelle discussioni che oggi occupano i titoli dei giornali.


































