Quando ci si mette a ruota di un altro ciclista succede qualcosa che chiunque abbia pedalato in gruppo ha percepito: a parità di velocità, la bicicletta scorre più facilmente. È fisica.
Il ciclista che procede davanti deve spostare l’aria e crea intorno a sé un flusso turbolento. Dietro di lui si forma una zona nella quale l’aria non si comporta più come quella che incontra un ciclista isolato. Chi segue entra in questo spazio e deve vincere una resistenza aerodinamica inferiore.
È la scia, o drafting. Ed è uno dei motivi per cui andare in gruppo permette di mantenere velocità elevate con un consumo energetico inferiore rispetto alla stessa velocità mantenuta da soli.
Il ciclista davanti fa da schermo
Quando una bicicletta avanza, il corpo del ciclista è la principale superficie che l’aria incontra. A velocità elevate, la resistenza aerodinamica diventa la componente più importante delle forze che si oppongono all’avanzamento su una strada pianeggiante.
Il ciclista davanti, però, modifica il flusso d’aria.
Dietro il suo corpo si forma una scia nella quale la pressione e la velocità dell’aria sono diverse rispetto a quelle che incontrerebbe un ciclista completamente esposto. Il secondo ciclista non deve quindi affrontare la stessa quantità di aria del primo. La resistenza è ridotta.
Il primo ciclista modifica l’aria che il secondo deve attraversare, ed è proprio questo che rende possibile il vantaggio della scia.
Quanto si può risparmiare?
Le prove sperimentali mostrano che il vantaggio può essere molto consistente e dipende soprattutto dalla posizione del ciclista che segue rispetto a quello davanti.
In determinate condizioni, la riduzione della resistenza aerodinamica del ciclista che segue può arrivare a valori molto elevati. Ma non esiste un numero unico valido in ogni situazione: cambiano la distanza tra i ciclisti, lo spostamento laterale, la posizione in sella, la dimensione dei due ciclisti e il vento.
Questo è importante perché spesso si sente dire che “stare a ruota fa risparmiare il 20, il 30 o il 40 per cento”. Un numero del genere può essere indicativo, ma non descrive una condizione universale.
Le misurazioni mostrano infatti una forte dipendenza dalla posizione relativa dei due ciclisti. Più il secondo si allontana, soprattutto lateralmente, più il vantaggio tende a diminuire.
La scia, quindi, non è un interruttore acceso o spento. È un fenomeno che cambia continuamente.

Perché pochi centimetri possono fare la differenza
La cosa interessante è che non conta soltanto la distanza longitudinale.
Immaginiamo due ciclisti perfettamente allineati. Il secondo si trova nella zona più protetta dalla scia del primo.
Se si sposta lateralmente, anche senza aumentare molto la distanza, può uscire parzialmente da quella zona e incontrare un flusso d’aria più veloce.
Questo spiega uno dei comportamenti più caratteristici del ciclismo professionistico: il ventaglio.
Quando il vento arriva lateralmente, stare esattamente dietro al ciclista davanti non è necessariamente la posizione più favorevole. Il gruppo si sposta rispetto alla direzione della strada e i corridori si dispongono diagonalmente, cercando di rimanere nella zona di minore resistenza. La posizione nel gruppo diventa così una questione aerodinamica.

Il vento cambia tutto
Con vento perfettamente frontale, la disposizione dei ciclisti è relativamente intuitiva: la protezione si trova dietro al corridore che precede. Con vento laterale la situazione cambia.
Il flusso d’aria non arriva più dalla direzione nella quale viaggia la bicicletta. La zona di protezione si sposta e il ciclista che segue deve cercare una posizione leggermente laterale rispetto a chi lo precede.
Ecco che si forma il ventaglio.
Quando la strada è stretta e non c’è spazio sufficiente per allargare il gruppo alcuni corridori rimangono fuori dalla scia e sono costretti a lavorare molto di più. È la situazione in cui si apre un altro ventaglio che si stacca dal primo gruppo. È una conseguenza diretta della fisica dell’aria.
La scia non è uguale per tutti
La dimensione e la forma del primo ciclista influenzano il flusso che si crea dietro di lui. Un ciclista più grande può creare una zona di scia più importante rispetto a uno più piccolo.
Questo significa che il vantaggio di chi segue dipende anche da chi sta davanti.
Non è quindi corretto immaginare la scia come una semplice distanza geometrica. È una zona tridimensionale di aria modificata dalla forma e dal movimento del ciclista che precede.
Anche la posizione del corpo conta. Un ciclista più alto o più largo, una posizione più eretta o una posizione più raccolta modificano la superficie esposta all’aria e, di conseguenza, anche il flusso che si lascia dietro.

Ma quanto cambia la potenza necessaria?
Se la resistenza aerodinamica si riduce del 30 per cento, non significa automaticamente che la potenza totale necessaria per pedalare si riduca del 30 per cento.
La bicicletta deve comunque vincere altre resistenze: quella al rotolamento degli pneumatici, quella dovuta alla pendenza e gli attriti meccanici.
Su una strada pianeggiante, però, aumentando la velocità l’aria assume un peso sempre maggiore nel bilancio complessivo. È proprio per questo che la scia diventa così importante nelle gare su strada.
A 20 km/h la resistenza aerodinamica ha un peso diverso rispetto a 40 km/h. Quando la velocità cresce, la quantità di potenza necessaria per vincere la resistenza dell’aria aumenta molto rapidamente.
Di conseguenza, più si va forte, più diventa preziosa la possibilità di ridurre quella resistenza.
Ecco perché il gruppo può andare forte
La conseguenza più importante del fenomeno si avverte in gruppo. Il primo ciclista è completamente esposto all’aria. Il secondo sfrutta la sua scia. Il terzo sfrutta la scia dei primi due. E così via.
Dietro non sono tutti protetti allo stesso modo, le posizioni non sono equivalenti e il flusso all’interno di un gruppo è molto più complesso rispetto a quello creato da due soli ciclisti.
Ma il principio rimane: una parte del gruppo può avanzare con una resistenza aerodinamica inferiore rispetto a quella che avrebbe pedalando da sola.
Da qui deriva l’enorme importanza del gruppo nel ciclismo su strada.
Una fuga di pochi corridori, un gruppo inseguitore, il treno di una squadra per preparare una volata: sono tutte situazioni nelle quali la fisica della scia diventa parte della tattica di gara.
Non è sempre il primo quello che fa più fatica
Il primo ciclista è quello maggiormente esposto al flusso d’aria, quindi sostiene la parte principale della resistenza aerodinamica. Ma la presenza degli altri ciclisti modifica a sua volta il flusso intorno al gruppo.
Studi recenti mostrano che anche il ciclista davanti può beneficiare, in misura più piccola, della presenza di quelli che seguono.
Il vantaggio principale rimane per chi sta dietro, ma la fisica del gruppo non può essere ridotta alla semplice equazione “uno lavora, gli altri stanno a ruota” perché il gruppo è un unico sistema aerodinamico.
Perché ci si alterna in testa
Da qui si comprende anche il senso delle trenate. Se un ciclista rimanesse sempre davanti, dovrebbe sostenere continuamente il costo maggiore della resistenza dell’aria. Gli altri, invece, potrebbero conservare energia sfruttando la scia. Alternarsi significa distribuire il costo. Ogni ciclista affronta per un certo periodo la parte più difficile del lavoro e poi torna nella zona protetta.
È una delle strategie più semplici e allo stesso tempo più efficaci del ciclismo di gruppo.
Non serve aumentare la potenza del gruppo: si riduce il costo necessario per mantenere la velocità.
Anche in salita la scia può avere un senso
Finché la velocità rimane sufficientemente elevata, la resistenza dell’aria continua a rappresentare una componente significativa del lavoro. Per questo il vantaggio della scia può esistere anche in salita, anche se il suo peso relativo rispetto alla resistenza gravitazionale diminuisce.
È uno dei motivi per cui nelle salite veloci di una gara professionistica il gruppo continua ad avere un’importanza tattica enorme.
Stare a ruota non significa stare attaccati
Il vantaggio aerodinamico aumenta avvicinandosi alla ruota di chi precede, ma la sicurezza non segue necessariamente la stessa logica.
Più si riduce la distanza, meno tempo rimane per reagire a una frenata, a una buca, a un ostacolo o a un movimento improvviso.
La scia è quindi un vantaggio fisico, ma sfruttarla correttamente richiede capacità di guida, attenzione e una buona lettura del comportamento del ciclista davanti. Insomma, meglio capire subito quanto ci si possa fidare di chi ci precede.
Nel ciclismo professionistico la distanza può essere estremamente ridotta perché i corridori hanno sviluppato una capacità specifica di mantenere posizione e traiettoria. In un gruppo amatoriale, replicare automaticamente quelle distanze non è necessariamente una buona idea.
La vera forza del gruppo è nell’aria
La cosa più interessante della scia è che non richiede tecnologia particolare o bici speciali, basta un altro ciclista.
Il suo corpo modifica il flusso dell’aria e rende più facile per chi lo segue mantenere la stessa velocità. Se i ciclisti diventano molti, il fenomeno si amplifica e la disposizione del gruppo diventa parte integrante della prestazione.
È per questo che il ciclismo su strada non è semplicemente uno sport nel quale vince chi produce più watt.
Conta anche dove si pedala rispetto agli altri.
La posizione nel gruppo può cambiare il costo energetico della stessa velocità. E la differenza tra stare davanti, stare a ruota o trovarsi fuori dalla scia può diventare enorme quando la strada corre veloce.
La scia, insomma, non è una sensazione del ciclista che “si sente tirato”.
È una delle dimostrazioni più evidenti di come, nel ciclismo, la fisica dell’aria possa trasformarsi direttamente in tattica di gara. Ma occorre notare come contino anche le capacità di gestirsi in corsa. Non tutti sono capaci e si sentono a proprio agio nello stare in mezzo a un gruppo compatto. Spesso chi si sente insicuro si mette ai lati del gruppo, per avere quella tranquillità psicologica di una via di fuga. Allo stesso tempo, però, così facendo tende a esporsi maggiormente all’aria e quindi a spendere più energie rispetto al corridore più smaliziato che riesce a stare nella “pancia” del gruppo e a gestire tutte quelle dinamiche complesse del pedalare circondati da altri ciclisti cui, inevitabilmente, si affida la propria incolumità.

































