Gentile Direttore,
desidero portare alla Sua attenzione una vicenda che, a mio avviso, merita una riflessione giornalistica, poiché riguarda il modo in cui viene oggi comunicato il tema della sicurezza stradale.
Negli ultimi giorni ho avuto modo di confrontarmi sia con l’associazione Salvaiciclisti-Roma sia con la Fondazione Michele Scarponi in merito ad alcune dinamiche osservate all’interno di gruppi Facebook che utilizzano il nome e i simboli riconducibili al mondo dell’associazionismo ciclistico.
Nel gruppo Facebook “Salvaiciclisti-Roma” (un movimento che usa lo stesso logo e nome dell’associazione) ho riscontrato episodi che mi hanno profondamente colpito: post rimossi perché evidenziavano infrazioni commesse da ciclisti, utenti esclusi dal gruppo per aver sostenuto che anche i ciclisti dovrebbero rispettare il Codice della Strada e amministratori che hanno pubblicamente affermato come il passaggio con il semaforo rosso, in determinate circostanze, possa essere considerato una scelta “saggia” o comunque accettabile.
Ho quindi chiesto chiarimenti all’associazione, evidenziando come l’utilizzo del nome e del logo possa facilmente indurre molti utenti a ritenere che tali posizioni rappresentino il pensiero ufficiale dell’associazione stessa.
La risposta ricevuta è stata che il gruppo è autonomo e che l’associazione non è responsabile delle opinioni espresse dai singoli. Si tratta di un principio che comprendo e che non contesto. Ciò che mi ha lasciato perplesso è, tuttavia, l’assenza di una chiara presa di distanza rispetto ad affermazioni che sembrano giustificare comportamenti contrari al Codice della Strada da parte dell’associazione che afferma di predicare la sicurezza stradale.
Successivamente ho scritto anche alla Fondazione Michele Scarponi, segnalando la diffusione di contenuti che concentrano l’attenzione quasi esclusivamente sugli errori degli automobilisti e che, anziché favorire un confronto costruttivo, finiscono spesso per alimentare un clima di contrapposizione. Ho altresì evidenziato come, in diversi gruppi che richiamano il mondo dell’associazionismo ciclistico, le infrazioni commesse dai ciclisti vengano spesso minimizzate o giustificate, mentre chi le richiama venga censurato attraverso la rimozione dei post o l’esclusione dai gruppi. Una dinamica che, a mio avviso, non favorisce un confronto equilibrato né la diffusione di una cultura della sicurezza fondata sull’uguale rispetto delle regole da parte di tutti.
Ho inoltre evidenziato come chi prova a far notare eventuali comportamenti scorretti dei ciclisti venga frequentemente sommerso da insulti, derisioni o esclusioni dal dibattito.
In più occasioni ho osservato anche un’altra dinamica, che ritengo particolarmente preoccupante e che posso documentare con numerosi screenshot: alcuni influencer, o presunti tali, pubblicano contenuti fortemente critici nei confronti degli automobilisti e, nei commenti, utilizzano essi stessi toni offensivi o provocatori verso chi esprime opinioni diverse. Quando il confronto degenera e alcuni utenti finiscono per rispondere con lo stesso linguaggio, vengono poi richiamate associazioni o fondazioni per denunciare il clima di odio nei confronti dei ciclisti, senza che venga però riconosciuto il ruolo che quelle stesse provocazioni hanno avuto nell’innescare l’escalation del confronto.
Il punto, tuttavia, non è stabilire chi abbia ragione tra automobilisti e ciclisti.
Il vero problema è un altro.
Molte associazioni e fondazioni promuovono, giustamente, campagne sulla sicurezza stradale, sul rispetto reciproco e sulla convivenza tra tutti gli utenti della strada. Tuttavia, quando all’interno di realtà che utilizzano il loro nome, oppure di ambienti che a esse vengono comunemente associati, vengono tollerati o ignorati messaggi che giustificano infrazioni al Codice della Strada o alimentano una contrapposizione costante verso una sola categoria di utenti, ritengo che si crei un’evidente incoerenza comunicativa.
La sicurezza stradale non può essere un principio da invocare soltanto quando l’errore è dell’automobilista. Se si vuole realmente diffondere una cultura della sicurezza, il rispetto delle regole deve valere per tutti: automobilisti, ciclisti, motociclisti e pedoni.
Diversamente, si rischia di trasmettere il messaggio che alcune violazioni siano accettabili se commesse dalla categoria che si intende difendere, mentre altre meritino sempre una pubblica condanna.
In queste condizioni diventa difficile lamentarsi dell’aumento della conflittualità tra utenti della strada quando una parte della comunicazione contribuisce essa stessa ad alimentare divisioni, contrapposizioni e risentimento reciproco.
Le scrivo perché ritengo che Cyclinside, quale autorevole testata specializzata, possa affrontare questo tema con equilibrio, distinguendo la legittima tutela dei ciclisti da una comunicazione che, talvolta, rischia di risultare indulgente verso comportamenti contrari alle regole o di esasperare il conflitto con gli automobilisti.
Non metto in discussione l’importanza del lavoro svolto dalle associazioni che si occupano di sicurezza stradale, né il loro fondamentale contributo nella tutela degli utenti più vulnerabili. Ritengo però che proprio per l’autorevolezza di cui godono abbiano anche la responsabilità morale di prendere chiaramente le distanze da messaggi che possano apparire in contrasto con i principi che esse stesse promuovono.
Il rispetto del Codice della Strada e il rispetto reciproco dovrebbero essere valori universali, non principi da applicare in modo selettivo a seconda della categoria di appartenenza.
Resto naturalmente a disposizione per trasmettere tutta la documentazione in mio possesso, comprese le conversazioni intercorse con le associazioni e numerosi screenshot delle discussioni cui faccio riferimento, affinché ogni valutazione possa essere svolta sulla base dei fatti.
La ringrazio per l’attenzione e Le porgo cordiali saluti.
Antonello Tarza
Gentile Antonello,
sì, ho notato anche io questo atteggiamento da parte di alcuni utenti della bicicletta ed è un peccato (il lettore allega, alla sua lettera, diverse schermate). Si finisce con l’avere lo stesso atteggiamento di chi vede le strade solo realizzate per automobili e non tollera altri veicoli considerandoli elementi di disturbo.
Non giudico come viene amministrata una pagina sui social perché è sempre una cosa molto complicata, tanto più che spesso, in questi gruppi, arrivano insulti da elementi di “fazione” opposta che hanno il solo scopo di destabilizzre e fare confusione. Quindi comprendo pure un certo atteggiamento degli amministratori.
Un altro elemento che porta a un determinato comportamento è la considerazione che il codice della strada sia sbilanciato a favore dei veicoli pesanti, e questo porta a tollerare meno certe regole.
Personalmente non credo che si arrivi a qualcosa di positivo manifestando una opposizione a volte sfacciata e confusionaria. Anzi, si finisce col dare ragione all’avversario della discussione.
In strada, invece, parlare di avversari non ha senso. E su questo porrei l’attenzione in ogni discussione.



































