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Home Gare

La tattica non è peccato nel ciclismo moderno. Il ruolo dei campioni

Stefano Boggia di Stefano Boggia
16 Aprile 2026
in Gare
A A
1
Parigi Roubaix 2026

Foto: ASO

In questi giorni si è parlato parecchio del modo in cui Mathieu van der Poel ha interpretato il Fiandre e, più in generale, del rapporto tra lealtà e tattica nel ciclismo di alto livello. Il dibattito si è acceso soprattutto attorno all’idea che un campione come lui non possa permettersi tatticismi di basso livello. Da una parte c’è chi ha detto che Van der Poel sia stato quasi troppo generoso, dall’altra chi, come Moreno Argentin, ha sostenuto che il tatticismo non sia all’altezza di un campione del suo calibro e che dunque abbia fatto bene a correre da Van der Poel, cioè tirando con Pogacar.

>>> Il nostro Speciale Parigi Roubaix

Io però credo che il punto sia un altro: esiste modo e modo di fare tattica. E soprattutto la tattica, nel ciclismo, non è un corpo estraneo, ma una parte essenziale di questo sport. È nella sua natura, nella sua storia, nella sua logica più profonda. Per questo non ci vedo nulla di scandaloso nel fatto che un corridore scelga di gestire meglio i cambi, di dosare lo sforzo, di interpretare la collaborazione in fuga con lucidità e intelligenza. Certo, un grande campione non può mettersi a fare il broncio, smettere di tirare per ripicca o limitarsi a stare a ruota in modo passivo: quello sì, non sarebbe all’altezza del suo nome. Ma un minimo di tatticismo non solo è legittimo: spesso è semplicemente ciclismo.

Pidcock, per esempio, ha mostrato a Sanremo un modo di stare nella fuga che si può definire tattico ma leale. Non una corsa rinunciataria, non una furbizia antisportiva, bensì una gestione intelligente dei momenti e delle energie, dando i cambi necessari senza però caricarsi troppo sulle spalle il peso della fuga. In quell’occasione ha corso benissimo, e infatti la Sanremo l’ha persa non per una lettura sbagliata della gara, ma per una volata gestita male. Ha saltato dei cambi, è vero, ma nemmeno Pogacar si è lamentato di questo. È un po’ nell’ordine naturale delle cose che quando sei il favorito numero uno hai il maggior carico di lavoro. E il “saltare qualche cambio” di Pidcock non è apparso antisportivo a nessuno, anzi.

Un discorso simile vale anche per Wout van Aert. Alla Roubaix, per esempio, si è visto bene come anche lui abbia interpretato la collaborazione in modo differente rispetto a Van der Poel. A un certo punto ha fatto chiaramente segno di no con la testa, indicando di non avere più le gambe per dare il cambio in quel momento. Subito dopo, Pogacar ha attaccato in uno degli ultimi settori di pavé, ma non è riuscito a staccarlo davvero. Van Aert, restando a ruota, ha potuto rifiatare un minimo e poco dopo si è rimesso quasi all’altezza del cambio della bici dello sloveno, come per far capire a Pogacar che lui era lì, era un rivale vero, non uno che si può staccare in pianura. Anche lì si è visto un tatticismo minimo, ma decisivo: saltare quei pochi cambi necessari per non saltare del tutto nel punto più duro e poi restare in corsa abbastanza a lungo da potersela giocare in volata.

Pogacar e van Aert
Foto: ASO

Ed è proprio qui che sta il cuore del discorso. Alla fine, Pidcock e Van Aert hanno interpretato la collaborazione nella fuga in modo molto simile: non si sono sottratti del tutto, non hanno corso da opportunisti puri, ma hanno saputo essere più freddi, più lucidi, più furbi. Van der Poel invece è stato, se vogliamo, più onesto, più generoso, forse anche più lineare al Fiandre. Ma proprio per questo, probabilmente, anche meno scaltro in certi frangenti. E io non credo affatto che, per questo, Pidcock o Van Aert siano apparsi meno campioni di lui.

È vero: un campione non può esimersi dal tirare. Ma è altrettanto vero che un minimo di tatticismo fa parte della natura stessa del ciclismo e non toglie nulla alla grandezza di un corridore. Significa semplicemente riconoscere che, quando uno di loro – in questo caso Pogacar, ma potrebbe essere benissimo un altro – attraversa un periodo di forma stratosferico ed è il favorito numero uno, gli altri abbiano il diritto, e forse anche il dovere, di giocarsi le proprie carte con intelligenza. Purché questo avvenga senza slealtà, senza sceneggiate, senza rinunciare a correre davvero. Per questo, personalmente, approvo il modo in cui Pidcock e Van Aert hanno interpretato la gara: meno generosi forse, ma pienamente dentro la logica del ciclismo.

Tag: evidenzaparigi roubaixParigi Roubaix 2026tatticatom pidcockwout van aert

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Commenti 1

  1. Massimo Bianchini says:
    4 mesi fa

    Commento impeccabile, come sempre! Un commento di chi ha praticato ciclismo da professionista e conosce anche la storia di questo sport. Per me un corridore che vince applicando anche un po’ di tattica intelligente è doppiamente ammirabile rispetto ad uno che vince di forza pura. Un altro esempio di tattica vincente recente: Colbrelli contro Evenepoel all’europeo poi vinto …. superlativo!!

    Rispondi

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