Come ogni anno ricominciamo a sfogliare a ritroso il quaderno degli appunti andando a ripescare chi ci è piaciuto di più e chi meno. Oltre ai protagonisti che si sono visti di più e che elenchiamo qui sotto ci sarebbe da fare un discorso su quelle squadre che vengono al Giro obbligo di firma e mandano corridori a fare esperienza senza nemmeno provare a essere protagonisti.
Intanto, qui, ecco le nostre pagelle. I voti non sono una media matematica dei risultati e, ovviamente, sono tutti discutibili. L’ordine in cui ve li presentiamo è casuale.
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foto: LaPresse
Jonas Vingegaard: 9 – Dovevamo dargli il massimo dei voti? Dalla sua, oltre la classifica generale, ha anche tre tappe vinte con una superiorità schiacciante. Ma gli è mancato qualcosa, pure superiore senza mai essere messo in discussione è sembrato troppe volte fare il compitino preciso, perfetto e senza sbavature. Gli è mancata, in effetti, la capacità di entusiasmare che al pubblico piace di più delle vittorie.
A calcolare ogni singolo watt succede così.
Come a scuola: è bravo ma può fare oltre di più (ma conquistare il pubblico non è capacità di tutti). La richiesta di neutralizzazione della tappa di Milano è una macchia che non gli ha fatto onore.

Filippo Ganna: 7 – Ha fatto il suo e lo ha fatto bene, anzi al massimo: ha vinto una cronometro che sembrava fatta per lui come quelle di una volta per cucite su Indurain. E lui non è mancato all’appello: ha dato due minuti a tutti volando, letteralmente, da Viareggio a Massa. Cosa chiedere di più? Mettersi in evidenza in qualche tappa. Tenerlo fermo per il podio di Arensman è stato un peccato.
Jonathan Milan: 7 – Fino all’ultima tappa il voto del velocista della Lidl Trek era un’insufficienza piena e senza appello, domenica ha ribaltato la situazione. I campioni fanno così, tirano fuori qualcosa di eccezionale quando serve e quando tutti gli altri iniziano a non crederci più. Quindi: bravo Milan. Poi ok, una volata non salva un Giro d’Italia in sordina, appannato e spesso proprio al buio in cui anche la squadra ha fatto scelte che, col senno di poi (facile) si sono rivelate sbagliate. Peccato abbandonare Ciccone in maglia rosa? Sì, avrebbe potuto portarla un po’ di più. Milan, poi, dovrebbe lavorare di più anche sul modo di fare la volata. Muovendosi in quel modo spreca certamente tanto. Intorno ha gente preparata che dovrà consigliarlo bene. Speriamo li ascolti. Il voto, lo ammettiamo, contiene anche un po’ di entusiasmo.

Afonso Eulalio: 9 – Sorrideva anche pochi chilometri prima di staccarsi e perdere la maglia rosa che ha tenuto per nove giorni. Anche in gruppo aveva molti tifosi, al punto da dargli una mano, come potevano, quando potevano. Si è rivelato intelligente e forte. Che bella scoperta.

Giulio Pellizzari: 5 – Forse è arrivato al Giro con troppe aspettative sulle spalle. È stato male sul Blockhaus riuscendo comunque a limitare i danni. In salita ha sgambettato bene ma nei momenti decisivi non c’era. Abbracci e pacche sulle spalle con Hindley che, a volte, non sembrava essere della stessa squadra. Sotto le aspettative (per non dire delle speranze). Bravo anche perché non si è ritirato nei momenti più difficili.
Jay Hindley: 4 – Fatica e poco clamore. Poco per uno che il Giro d’Italia l’ha vinto nel 2022. La sua prestazione è stata opaca, anche peggio di quella di Pellizzari cui è scattato in faccia più di una volta. A volte anche l’occhio vuole la sua parte.
Davide Piganzoli: 8 – È stato l’uomo di fiducia di Vingegaard. Uno che tira in salita e non molla dopo aver lanciato il capitano. Non ha cercato alcuna libertà perché il suo compito era chiaro: far vincere Vingegaard. Che affare avere in squadra un corridore così, vale come l’ultimo vagone di un treno per velocisti che fu. Per la maglia bianca si era trovato pure un gregario di tutto rispetto: Vingegaard che, dopo aver finito il suo compito si era pure detto disposto a dargli ripetizioni. Mica facile.
Giulio Ciccone: 6,5 – Sufficienza per l’impegno, peccato per le gambe che non hanno assecondato la sua testa pure generosa. Uno che è scattato senza fare conti, provandoci, da ciclismo d’altri tempi. Peccato che la squadra sia stata più attenta a Milan, per quel che è servita. Forse con meno nervosismo avrebbe potuto ottenere di più? Non lo sapremo. Porta comunque a casa un risultato importante: la maglia degli scalatori.

Jonathan Narvaez: 8 – Ritirandosi presto Adam Yates la UAE in libera uscita ha mostrato quanto siano forti anche gli altri corridori che, senza più doveri di squadra, hanno potuto giocarsi le loro possibilità di fare bene. Narvaez è uno da primi dieci della generale, se non da podio (almeno in questo Giro) ma, vista la situazione, si è messo a puntare alle tappe e ne ha vinte tre andando, addirittura, a sfiorare la conquista della maglia a punti. Classifica su cui stava facendo fuori anche il velocista Magnier. Un vero e proprio exploit fermato solo dalla sfortuna, ancora una volta, della UAE. L’ecuadoriano è andato a impattare contro il bus di una squadra al termine della 18a tappa, con conseguente ritiro. Peccato davvero.

Paul Magnier: 8 – Inesorabile in quasi tutte le volate. A Napoli è arrivato terzo dopo essere quasi caduto, piede a terra, nella curva che ha fatto fuori i velocisti. Una rimonta pazzesca. Nell’ultima volata, a Roma, si è perso. Nessuno è perfetto ma la maglia ciclamino è più che meritata.
Alberto Bettiol: 7 – Quando lo dai per spacciato, lui sbuca fuori e stupisce tutti. A Verbania non ha vinto solo di gambe, ma anche di testa, di tattica, di tempismo. Perfetto. Adesso guai a dargli pressione.

Mirco Maestri: 7 – Abbiamo pianto tutti con lui a Milano. La bravura di cercare la fuga, di tirare fino all’ultimo e di non aver paura di dare tutto pur di arrivare in fondo. Lavik ne aveva di più, ma si era anche risparmiato un po’. Furbo uno, ma non possiamo certo fargliene colpe, generoso l’altro con compagno di squadra. Il ciclismo va anche così.
Martin Marcellusi: 7 – ad ascoltare il cuore gli daremmo anche di più. Ogni anno cresce un po’ e il successo di tappa è già alla sua portata. Roberto Reverberi, il suo direttore sportivo, lo sa bene. E fa bene a mandarlo in fuga appena può. Sa che è solo questione di tempo.
Enric Mas: 2 – C’era al Giro? Non se n’è accorto nessuno se non il suo team. Prima del Giro c’era chi lo dava addirittura per il podio, il valore dell’atleta c’è. Gli auguriamo di tornare competitivo.
Thymen Arensman: 5 – L’uomo di punta della Ineos ha portato a casa un risultato che, alla fine, non è sufficiente: puntava al podio. Non ci si poteva aspettare di più onestamente. Bene così, anzi no. Perché in pieno stile Sky-Ineos ha tagliato i ponti con la comunicazione per concentrarsi sulla gara (l’hanno giustificato i suoi). In pratica è stato detto chiaramente, ai giornalisti, che le sue dichiarazioni avrebbero potuto leggerle sui social. Tutto qui e malissimo.
Roba che ha fatto arrabbiare anche RCS che pure non stende il tappeto rosso ai giornalisti. Il ciclismo così non funziona. Bisognerebbe prendere dei provvedimenti.
Adam Yates: NC – era già nella colonna dei buoni sulla lavagna. Doveva essere protagonista nella Classifica Generale, i suoi giuravano che avrebbe potuto impensierire Vingegaard (quindi buon voto per impegno e, almeno, entusiasmo) ma la caduta nelle prime tappe lo ha messo subito fuori gioco. Insanguinato e stordito è risalito in bicicletta, giusto il tempo di lavarsi la mani dal sangue. Stoico.


































