Romolo Stanco non è mai stato un nome neutro nel ciclismo. Progettista, innovatore, intellettuale tecnico e, sì, personaggio controverso che non ha mai cercato mezze misure torna con Performance Manifesto (Officine Gutenberg, 2025) a dire la sua in un libro che non è solo una raccolta del suo pensiero che spesso abbiamo letto sui social e nel suo canale Youtube. Il libro diventa un punto fermo da cui partire per una concezione della bicicletta moderna, un manifesto, appunto, che mette al, centro la performance, non la bicicletta. Il mezzo diventa una conseguenza della sua ricerca che mette insieme la macchina umana e quella meccanica.
C’è chi vede in Romolo Stanco un visionario necessario al sistema e chi un radicale poco conciliabile con la realtà industriale. Il libro non tenta mediazioni.
Dall’uomo alla bici, non il contrario
Con prefazione di Franco Bortuzzo, il testo parte da un assunto chiaro: la performance nasce dall’uomo e solo dopo diventa oggetto meccanico. Non è una differenza semantica, è un ribaltamento visione.
Stanco, forte di un background che passa anche dalla Formula 1, porta nel ciclismo un approccio sistemico: atleta, mezzo e dimensione psicofisica sono parti di un unico organismo. La performance non è solo watt, non è solo aerodinamica, non è solo peso. È equilibrio dinamico tra biomeccanica, intenzione e progettazione.
Industrializzazione e artigianato sotto accusa
Il libro critica apertamente l’industrializzazione spinta, accusata di aver trasformato la bicicletta in prodotto standardizzato, governato più dal marketing da progettazione reale e un certo artigianato tradizionale, colpevole, secondo l’autore, di essersi fermato alla celebrazione del passato senza reinterpretarlo in chiave evolutiva.
È una posizione netta. E come tutte le posizioni nette, genera attrito.
Stanco parla di modello industriale obsoleto, incapace di integrare realmente logiche contemporanee di personalizzazione profonda. La bici S, M, L con cockpit e sella “custom” non è personalizzazione: è adattamento superficiale.
La “Produzione Sovversiva”
La risposta si chiama “Produzione Sovversiva”. Un modello in cui ogni componente nasce in funzione del singolo individuo, con la tecnologia, a cominciare dalla manifattura additiva, come leva per superare i limiti della produzione seriale.
La stampa 3D non è gadget tecnologico è uno strumento che con Stanco diventa posizione politica. Permette di spezzare la dipendenza da modelli predefiniti e di costruire oggetti realmente pensati attorno al corpo. Qui la bici diventa estensione biomeccanica e mentale del ciclista. L’arrivo anche di produzioni di altri marchi con costruzioni 3D ne è la prova.
Il riferimento a Graeme Obree e alla sua Old Faithful non è romantico ma concettuale: l’ingegno individuale che sovverte il sistema, la personalizzazione come atto di ribellione tecnica contro l’ortodossia federale e industriale.
La metafora della Formula 1
La lunga digressione su Rory Byrne, con i passaggi su Ayrton Senna e Michael Schumacher, non è nostalgia motoristica, ma un modo di leggere la realtà anche applicata alla bicicletta.
Byrne è il progettista che costruisce un ecosistema attorno al pilota, non una macchina “assoluta”. È la dimostrazione che la prestazione massima nasce dall’integrazione totale tra uomo e mezzo. Secondo Stanco il ciclismo non ha ancora compiuto questo salto culturale.
E qui la sua visione diventa apertamente “punk”: sperimentazione sopra consenso, individuo sopra mercato, performance sopra narrativa commerciale, anche sopra lo stesso gusto estetico che diventa, inevitabilmente, secondario.
Un libro che coltiva il dissenso
Performance Manifesto è denso, provocatorio, a tratti volutamente scomodo. Non è un manuale tecnico né un trattato accademico. È un testo che mescola cultura progettuale, filosofia della prestazione e autobiografia intellettuale.
Stanco non cerca il consenso. Anzi, sembra considerare il dissenso una prova di vitalità del sistema. In questo senso, il libro è coerente con il personaggio: radicale nella forma quanto nel contenuto.
Il limite? Proprio la sua forza.
Non offre soluzioni economiche scalabili, non entra nel dettaglio delle dinamiche di mercato, non media con la complessità della filiera globale. È la sua visione e non gli interessa un piano industriale.
Un libro da leggere anche se non siete d’accordo
Per chi si occupa di tecnica, biomeccanica, progettazione o innovazione di prodotto, è una lettura stimolante. Per chi lavora nell’industria, può risultare provocatoria. Per chi è semplice appassionato, è uno stimolo a guardare la bicicletta oltre il catalogo.
Nel panorama editoriale ciclistico italiano è raro trovare un testo che provi a ridefinire il senso stesso della progettazione.
Si può condividere o meno la rivoluzione di Romolo Stanco.Ma il merito di scuotere il dibattito e riportare l’uomo al centro della bicicletta è difficilmente contestabile e si colloca perfettamente in quella progettualità italiana che il mondo ci ammira.


































