Nella quinta tappa del Tour de Romandie abbiamo visto un Florian Lipowitz stupefacente. Non un attacco di facciata che poi nelle interviste vengono raccontate come prove di coraggio contro Pogacar, ma che in realtà lasciano trasparire più timore che convinzione. Lipowitz ha attaccato davvero. Lo ha fatto con l’idea sincera di poter staccare Pogacar. Ha accelerato, ha parato il contro scatto di Pogacar, ha aspettato che lo sloveno finisse la sfuriata e poi gli è ripartito in faccia. Chapeau.
Tra coraggio e tattica
Se però Lipowitz è stato un leone per coraggio, non lo è stato altrettanto per lucidità tattica. Quando sono rimasti davanti soltanto lui e Pogacar, ha continuato a collaborare, dando cambi e alimentando la fuga. Ma non dare cambi, in quel momento, non sarebbe stato un gesto di vigliaccheria né un segnale di inferiorità. Sarebbe stato semplicemente gioco di squadra. Lipowitz aveva alle spalle due compagni, Roglic, e Tuckwell. Il gioco di squadra non nasce soltanto negli ultimi chilometri: si costruisce lungo tutta la corsa, si prepara, si difende, si usa quando finalmente arriva l’occasione giusta.
Pogacar, spesso, tende a consumare i propri compagni perché vuole risolvere tutto in prima persona, e in questo modo si ritrova quasi sempre solo nei momenti decisivi. Lipowitz, invece, aveva una carta preziosa: poteva aspettare il rientro dei suoi, trasformare quella superiorità numerica in un problema reale per lo sloveno. L’errore più grande è arrivato quando ha cercato di anticipare la volata proprio mentre Roglic stava rientrando. In quel momento Roglic avrebbe potuto aiutarlo a lanciare lo sprint, oppure contrattaccare e mettere Pogacar in una posizione tatticamente molto più scomoda. In sostanza, Lipowitz ha avuto un coraggio da leone, ma poi ha finito per servire la vittoria a Pogacar su un piatto d’argento.
Cercando i punti deboli di Pogacar
Al di là della vittoria di tappa e della classifica generale, però, questa Romandia lascia due considerazioni interessanti. La prima è che Pogacar, forse, torna a sembrare attaccabile in una corsa a tappe. Non battuto, non ridimensionato, non certo in crisi: ma meno extraterrestre del solito. Lipowitz gli è stato vicino, lo ha sfidato apertamente, lo ha costretto a inseguire e per qualche istante ha dato l’impressione che qualcosa potesse davvero cambiare. La seconda domanda riguarda proprio Pogacar: è possibile che sia già un po’ stanco?
Siamo ancora abituati a ragionare alla vecchia maniera, pensando che chi corre poco arrivi automaticamente più fresco. Ma il ciclismo di oggi non funziona più così. Gli allenamenti sono più duri delle gare stesse, e un corridore come Pogacar non vive certo settimane leggere. Il suo rendimento continua a essere vincente, ma non sembra lo stesso del periodo delle Strade Bianche, per fare un esempio. Vince ancora, naturalmente. Ma in questa Romandia non è sembrato sempre il marziano assoluto capace di cancellare tutti con una sola accelerazione.
Ed è forse questo il punto più interessante in vista del Tour de France. Da una parte c’è un Lipowitz così pimpante, coraggioso, vicino al livello dei migliori e ormai sempre più credibile nelle corse a tappe. Dall’altra c’è un Pogacar che continua a vincere, ma che forse non dà più quella sensazione di invulnerabilità totale vista a marzo. Il risultato non cambia: vince ancora lui. Ma il modo in cui ha dovuto vincere ci dice che qualcosa, forse, ci apre scenari per corse molto spettacolari.





































