L’occasione di scandagliare a fondo l’argomento “manubri da corsa” ce l’ha data il recente Italian Bike Festival di Misano Adriatico.

In occasione dell’evento romagnolo siamo infatti andati a curiosare negli stand di diversi produttori di settore, per vedere e capire come le aziende interpretino la tipologia (anzi, la forma) di curva manubrio che negli ultimi anni va per la maggiore in ambito di ciclismo stradistico di alto livello.
La tradizionale curva drop è infatti diventata più stretta rispetto alla larghezza rilevata sulla barra superiore, per poi “svasare” più o meno gradualmente il design delle code basse, con una gradazione che appunto corrisponde al cosiddetto flare (dall’inglese to flare, “allargare”) con cui è stato concepito il componente.
Nouvelle vague
Sono manubri di questo tipo il primo supporto attraverso cui i corridori assumono quella posizione peculiare e inedita che di recente noi di Cyclinside abbiamo definito “nouvelle vague” dello stare in sella.
Si tratta di una posizione che porta i corridori di élite a impugnare la curva manubrio attraverso i comandi e farlo per la stragrande maggioranza del tempo di corsa. La tradizionale presa bassa (o se preferite quella che una volta chiamavamo aerodinamica) sul manubrio? È ormai l’eccezione, al massimo i corridori portano le mani sotto quando affrontano “a tutta” le discese o è anche quella scelta dagli sprinter quando sono impegnati in volata.
Aerodinamica più della leggerezza
Motivazioni essenzialmente aerodinamiche hanno portato i corridori a prediligere il nuovo assetto: in un ciclismo che va sempre di più a tutta dal primo all’ultimo chilometro di corsa la riduzione della resistenza all’aria diventa parametro ancor più importante della tanto decantata, o almeno era così fino a qualche anno fa, leggerezza.
In questo senso i corridori hanno capito sulla propria pelle (e poi lo hanno verificato in galleria del vento), che stringere quanto più possibile gli avambracci permette loro di opporre una superficie all’aria ancora minore rispetto a quella che avrebbero se poggiassero le mani nella classica presa bassa. Per di più questo assetto permette ai corridori anche di migliorare l’esecuzione degli atti respiratori, o almeno di respirare meglio rispetto a una situazione in cui l’impugnatura bassa porta la gabbia toracica ad essere più flessa.
Curve strette e comandi “chiusi”
Ancor prima che l’industria venisse loro incontro con manubri stretti, i rider hanno poi iniziato a “chiudere” parossisticamente i comandi cambio, per esporre appunto la minima superficie corporea possibile all’aria.
Ispirazione gravel
Più o meno in questo momento qualche corridore ha capito che per assecondare al meglio una posizione simile si poteva cercare componentistica del bagaglio tecnico dei manubri gravel, che le code basse “aperte” le hanno avute da sempre, ma in questo caso con la finalità di assicurare maggiore stabilità nella guida in fuoristrada.
In fondo, si trattava scegliere un manubrio gravel della larghezza minima disponibile e adattare così all’utilizzo road, con tutti i vantaggi prestazionali e biomeccanici di cui abbiamo detto sopra.

Il passo successivo (arrivato a strettissimo giro) è stato quello fatto dalle aziende di settore, che hanno iniziato a produrre manubri progettato con questa forma e questo design, ma pensati specificamente per l’utilizzo stradistico.
Via allora a curve con larghezza più che contenuta misurata sulla parte alta, che faceva al paio con code basse svasate in maniera e modalità diversa rispetto al gravel, nel senso che l’apertura delle code basse è generalmente molto minore.
E la sicurezza?
Componenti del genere permettevano ai corridori che le impugnavano di “chiudersi letteralmente a cuneo” sul manubrio soprattutto se alla larghezza contenuta si aggiunge l’orientamento tutto verso l’interno dei comandi cambio. L’aerodinamica era ovviamente benservita, pur se a completo discapito della sicurezza, nel senso che è oggettivamente più complesso governare in velocità una bici quando i tuoi palmi sono anche a meno di trenta centimetri di distanza l’uno dall’altro…
È esattamente per questo che in quel momento ci ha messo le mani, anzi la penna, l’UCI, che ha dapprima codificato la regola che per la prima volta normava la larghezza minima della parte alta del manubrio (36 cm), per poi regolamentare anche l’inclinazione massima entro cui si possono montare i comandi rispetto al manubrio (10°).
Il punto sulla situazione attuale

In queste righe abbiamo così riassunto circa tre anni di vicende legate ai materiali usati nello sport ciclistico professionistico, e di riflesso tre anni di nuove soluzioni tecniche offerte dal mercato.
Oggi il manubrio “stretto” è diventato una costante sulle bici dei prof della strada, ed è diventato anche una costante dell’offerta che le case costruttrici propongo in merito.
Le soluzioni a tal proposito sono diverse: capire come e perché le aziende le hanno pensate è proprio l’obiettivo del video su cui vi invitiamo a cliccare.
Scopriremo di interpretazioni differenti dello stesso genere, variazioni sul tema che spesso cambiano per pochi millimetri o pochi gradi, ma che in questo modo riescono a rendere ancor più personale ed esclusiva quella parte tecnica essenziale che su una bicicletta da cosa è rappresentata dal comparto di comando.
Come vedremo ogni azienda ha la sua filosofia e la sua modalità morfologica di interpretare il genere, supportata a volte proprio dai feedback che i corridori di alto livello hanno fornito in merito.
Solo per i professionisti
Sì, perché se parlando di manubri, parlando di abitudini e di preferenze dei pro è impossibile dire quale soluzione sia migliore rispetto all’altra, di una cosa però siamo assolutamente certi: i cosiddetti manubri da strada di nuova generazione sono prodotti di destinazione essenzialmente professionale, all’atleta di vertice.
Qualche deroga nell’utilizzo? Forse solo per il ciclista amatoriale di alto livello potrebbero aver senso, visto che stiamo parlando di componenti le cui caratteristiche morfologiche possono fare solamente al caso di chi sull’altare della prestazione assoluta può mettere un poco da parte la manovrabilità della guida, per certi aspetti anche il comfort e lo può fare solo ed esclusivamente perché forte di capacità fuori dal comune di condurre, governare, e “sentire” la bicicletta da corsa.


































