Il ritrovo è alle 9 del mattino, un’ora prima dell’apertura dei cancelli del Bike Festival, e già Riva del Garda si anima di biker, graveller, ciclari e ciclisti, randonneur e tanta bella gente che pedala.
Noi siamo tra quelli che fanno colazione con un caffè e un paio di bomboloni offerti dall’organizzazione, prima della partenza che è ovviamente “alla francese”, ovvero libera, tipo “quando ci siamo tutti si parte”.
Ecco, proprio così, come piace a noi, gente che di cronotabelle ne ha un po’ piene le borracce, e che ormai si sente randagio in stile luxury, ma solo per il fatto di poterlo riconoscere.
Il percorso
Quindi siamo partiti e dopo quasi un’ora di warm up, lasciamo la ciclabile per svoltare a destra per il primo tratto di sterrato, e qui ci troviamo di fronte a un single track in discesa nel bosco di mauntainbaichiana memoria: pendenza non rilevante ma da gestire, curve da pennellare magari con gamba esterna a tenere l’equilibrio, presa morbida sulle leve dei freni e soprassella messo a dura prova dai sassi bianchi smossi della Valle del Sarca.
Inizia così la nostra Maxxis Gravel Garda Trentino, una delle tante prove nel programma eventi di Bike Festival Riva del Garda. Un passaggio nel bosco che mi riporta all’accesa discussione di giorni prima tra i giurati dell’Award sul tema della “ragion d’essere” della bici gravel che per taluni altro non è che una mtb anni ’80 (rigida davanti e rigida dietro) dotata di un manubrio da strada con tutti gli svantaggi di una mtb anni ’80 (rigida davanti e rigida dietro) e ben pochi vantaggi. Ma tant’è, e dimenticate le sterili ma pur sempre divertenti polemiche, noi si va avanti cavalcando sentieri pedalabili che spesso si allargano a strade forestali sotto lo sguardo severo e granitico delle pareti verticali che uniscono le vette dei monti Brento e Casale.
Pause strategiche
Ogni tanto ci si ferma ad aspettare che il gruppo di noi cinque, perché tanti siamo, si ricompatti e in una di queste soste d’attesa, scorgiamo un incastro azzurro, giù lì verso il basso, tra i tronchi di faggio e il fogliame di primavera.
Scendiamo lungo il sentiero e poco dopo si apre davanti a noi il Lago di Cavedine, un fazzoletto di acque calme e azzurre che sembra pennellato di un pantone blu pervinca a contrastare il verde delle foreste e il grigio delle rocce di granito.
Pedaliamo lambendo il lato occidentale per poi superare l’edificio di una centrale idroelettrica, che a noi sembra abbandonata ma non ne sarei sicuro, e passare nell’altro versante dove ci aspetta un ristoro di acqua fresca.
Il lago e la storia
Nelle chiacchiere, del pit-stop ci raccontano che il lago si è formato duemila anni fa a causa di una frana staccatasi proprio dai monti Brento e Casale, proprio quei due che ci curavano per buona parte della nostra escursione. E così riprendiamo, e sfioriamo un pescatore annoiato con la canna fissata al terreno. In una rientranza del lago una coppia di germani reale si fa compagnia mentre si infilano il becco tra le piume.
Il lago è immobile, non ha onde. Tutto sembra andare lentamente, e noi ci adeguiamo ben presto al mood di questo specchio d’acqua. Con la notizia della millenaria frana nel cuore ci dirigiamo a nord verso Pietramurata dove la traccia GPS ci porta tra vicoli di paesi e stradine di villaggi da cartolina: qui facciamo il giro di boa per fare il nostro ritorno a Riva del Garda alle pendici dei due monti coprotagonisti silenziosi del nostro racconto.
Spunti per altri itinerari
È (quasi) un peccato dover tornare indietro, perché osservando la mappa dei tracciati gravel prodotta da Garda Dolomiti, qui ci sarebbe da divertirsi con itinerari un po’ per tutti i gusti con una ramificazione di percorsi che si estendono fino agli abitati di Sarche e Comano Terme per fare rientro alla base via Lago di Tenno, un altro gioiello della casa. E più scendiamo verso il lago di Garda, più il terreno di gioco evolve da boschi di faggio a coltivazioni di ulivi e vite, che produrranno olio e vino apprezzato nelle migliori cucine di tutta Europa.
Si dice che la particolarità di queste olive e dei grappoli d’uva stia nel Peler, il vento che soffia nella Valle del Sarche da nord a sud nella prima parte della giornata e che si alterna all’Ora, il vento che proviene dalla Pianura Padana che, dopo aver attraversato tutto il lago di Garda, si infila dopo mezzogiorno su per la valle. E siccome il nostro ritorno avviene proprio a mezzodì, pedaliamo gli ultimi chilometri controvento, per la gioia delle nostre gambe che al termine della giornata segneranno ben 60 chilometri di pura gioia trentina.
Mentre scarichiamo la traccia per contare chissà quali valori, siamo in fila per una meritata birra fresca, mentre intorno a noi un esercito di biker, graveller, ciclari e ciclisti, randonneur e tanta bella gente continua a sorridere. Lo chiamano effetto Bike Festival. Sarà.





































