C’è qualcosa che sta succedendo nel ciclismo internazionale e di cui, forse, stiamo parlando troppo poco. Lo scorso anno, con il Mondiale di Kigali, per mesi si è parlato di budget insufficienti delle nazionali e di costi troppo levati di trasferta. Era facile pensare che fosse un’eccezione. Il primo Mondiale africano, una trasferta logisticamente complessa, costi particolarmente elevati. Un caso limite.
Poi siamo arrivati a Montréal. E sta succedendo di nuovo.
La Danimarca, per esempio, aveva diritto a schierare sei corridori nella prova in linea Under 23, ma la federazione disponeva del budget necessario per portarne soltanto quattro. Gli altri due, Emil Nymand e Kevin Biehl, sarebbero rimasti a casa non per una scelta tecnica, ma per una scelta economica. A risolvere almeno in parte il problema è stato Mads Pedersen, che ha messo all’asta alcuni cimeli del suo Tour de France – tra cui la maglia verde e il casco – destinando il ricavato al ciclismo giovanile danese. Sono stati raccolti poco più di 6.000 euro e alla fine anche Nymand e Biehl hanno potuto prendere l’aereo per il Canada.
È un gesto bellissimo da parte di Pedersen. Ma proprio perché è bellissimo rischia di farci dimenticare la domanda più importante: è normale che serva l’asta dei cimeli di un campione del mondo per permettere a due ragazzi di partecipare a un Campionato del Mondo?
Il caso danese non è isolato. In Nuova Zelanda il sistema è ancora più radicale. I corridori contribuiscono personalmente non solo al biglietto aereo e all’hotel, ma persino ai costi della partecipazione dello staff: massaggiatori, meccanici. E Finn Fisher-Black ha raccontato apertamente quanto questo possa cambiare persino il rapporto all’interno della nazionale. Perché una cosa è essere convocati, spesati dalla propria federazione e messi al servizio di un capitano. Un’altra è pagare per essere lì e sentirsi poi chiedere di sacrificare la propria gara per un compagno. Quando ti sei pagato tutto, sei disposto a tirare per un altro?
E poi c’è stato – ormai da anni – il grande “switch” delle prove a cronometro. Pochi se ne sono accorti, ma da quando è stata istituita la prova a cronometro ai mondiali, nel 1994 ad Agrigento, sono radicalmente cambiate le convocazioni delle nazionali.
La crono? Dà più garanzie e influenza la prova su strada
Una prova contro il tempo è, per certi versi, molto più prevedibile di una corsa in linea. Non è una scienza esatta: esistono giornate negative, cadute e guasti meccanici. Ma dai dati di laboratorio puoi capire dove un atleta si piazzerà. Nella corsa in linea no. Puoi portare un atleta fortissimo e vederlo arrivare cinquantesimo perché la corsa si è messa in modo imprevedibile.
Per una federazione che deve fare i conti con il budget la differenza è enorme. Il cronoman offre una possibilità di risultato relativamente prevedibile e, soprattutto, una volta che è già al Mondiale può essere utilizzato anche nella prova in linea. È un atleta che corre due volte con una sola trasferta. E quindi, dal 1994 in poi, tantissime nazionali portano i migliori cronomen e gli fanno fare anche la corsa su strada, per non spendere a portare altri atleti. Risultato? Che ogni tanto qualche ottimo corridore se ne rimane a casa a favore di un ottimo cronoman, proprio come la polemica innescata quest’anno dalla nazionale Svizzera, che aveva 4 posti su strada e 2 a crono, per un totale quindi di 6 possibili atleti, ma che ha portato solo i 2 cronomen facendogli fare anche la strada. Meno costi, con buona pace degli juniores svizzeri che, sulla carta, nella prova in linea avrebbero fatto meglio.
A Montréal abbiamo avuto anche un’altra immagine piuttosto significativa. Cameron Rogers, durante la cronometro Under 23, ha avuto un problema alla trasmissione dopo meno di dieci chilometri. L’Australia disponeva di una bicicletta di scorta sull’ammiraglia, ma non di un’altra bici da cronometro equivalente: la bici disponibile era una bici da strada. Rogers ha provato più volte a ripartire con quella da crono, poi è stato costretto a cambiarla e ha concluso gli ultimi chilometri con la bici tradizionale.

Un problema non solo della strada
E il problema non riguarda soltanto la strada. A Soldier Hollow, nella recente Coppa del Mondo di mountain bike di domenica scorsa, la lista di partenza della prova Élite femminile contava appena 45 atlete, con 37 partenti effettive. Uno scenario piuttosto triste, veder la partenza di una Coppa del Mondo a griglia praticamente vuota. Ma una trasferta intercontinentale costa. E nonostante tutto questo cercare di apparire e di sfoggiare mezzi meccanici ultra tecnologici come fossimo in formula 1, alla resa dei conti i soldi non sono infiniti.
Il Mondiale sminuito
È qui che, secondo me, nasce la vera domanda: un Campionato del Mondo è davvero tale se una parte dei migliori atleti non può permettersi di esserci?
Abbiamo atleti validissimi che non vengono convocati. Badate bene: il vincitore non cambia, perché chi è lì per vincere c’è. Ma dietro forse a volte si potrebbe raccontare una storia diversa. Per esempio, appunto tornando sul caso Svizzera, 2 atleti in gara non sono una squadra. Se avessero convocato i 4 possibili da regolamento, avrebbero potuto attuare un gioco di squadra. E la Svizzera in questo momento è una nazionale da tenere molto in considerazione.

Il problema del Mondiale lontano col ciclismo eurocentrico
Finché il Mondiale si disputa in Europa il sistema riesce probabilmente a nascondere meglio queste differenze. Quando bisogna trasferire decine di persone, biciclette, ruote, ricambi e mezzi in Canada, Ruanda, Australia o in qualsiasi altra destinazione lontana, i conti cominciano a presentarsi.
Ma la soluzione non può essere quella di disputare sempre il Mondiale in Francia, Belgio, Italia o Svizzera. Se vogliamo che il ciclismo sia davvero uno sport mondiale, il Campionato del Mondo deve poter andare in Africa, America, Asia e Oceania.
Le polemiche sui giochi di squadra dei grandi team e su come influenzino le tattiche delle nazionali sono sempre esistite. Ma qui si sta arrivando a qualcosa di differente, a un paradosso: rendere sempre più mondiale il luogo in cui si corre il Campionato del Mondo e sempre meno mondiale la sua linea di partenza. Perché a decidere chi merita di andare a un Campionato del Mondo dovrebbe essere un commissario tecnico. Non un conto corrente.






























Pensavo che lo sport di serie A e B fosse solo in Italia,invece da quello che ho letto nell’ articolo esiste anche in altre nazioni.Niente di consolante.Questi trasferimenti sono così costosi rispetto ad altri sport come calcio scii …… Luigi