Tappa Interlocutoria, con un Tour de France che accumula chilometri in attesa di tempi – di spettacolo – migliori. Tuttavia il finale, come promesso, ha riservato piacevoli sguardi. Il Mûr-de-Bretagne non è roba facile, non sul traguardo, ovvio, ma nemmeno sotto, a inizio salita, dove c’è stata una volata per tenere la posizione ed evitare sorprese.
A scanso di “non lo sapevo” il Mûr-de-Bretagne è stato fatto due volte, con la Visma a tutta ma anche la UAE che non è voluta essere da meno. Il nervosismo finale provoca una caduta tra i sopravvissuti davanti non bella a vedersi e ancora meno a subirsi. Almeida, tra gli altri, a terra malamente. Arriverà al traguardo e poi si valuta. La spalla ha battuto forte.
L’ultima salita è questione di tre corridori. Con Vingegaard e Pogacar è rimasto Evenepoel, ma è il tempo di un’illusione. Non è partito Pogacar sul tratto più duro, in questo Tour è calcolatore, forse sa che non è qui che si fa la corsa e allora lascia fare di più, rimandando alle grandi salite. Magari già lunedì.
Sono saliti su a bocca chiusa i big, lo sforzo massimo è stato solo per all’arrivo, dove Pogacar è partito con cattiveria chirurgica. Lui primo, Vingegaard secondo a tener ruota ma senza speranza di fare di più (quando ha provato a uscire di scia è rimbalzato indietro).
Energie spese: minime; risultato: massimo. Oggi se avesse chiesto di più avrebbe forse guadagnato un paio di secondi sul diretto e unico avversario. Non ne valeva la pena.
Pogacar, così, può fare ancora più paura per quando servirà.
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