Gentile Direttore, sono d’accordo con tutti gli utenti Rai che protestano!! Ormai sulla tv pubblica non si vede più nulla di sport!! Ma siamo costretti a pagare un canone per vedere solo pubblicità e programmi di polemiche. Non una partita, non più una gara di formula 1 o moto GP, non più di una partita di tennis, non più una gara di ciclismo. Perché paghiamo il canone? Chi deve arricchirsi con la nostra tassa?
Francesco Liuzzi
Gentile Redazione.
Condivido totalmente le parole appena lette
Anch’io, appassionato di ciclismo e sport in generale, ho sottoscritto pochi giorni fa un abbonamento per non perdermi il Giro delle Fiandre. Scoperto ormai a posteriori che la Rai avrebbe trasmesso una buona porzione della Paris Roubaix, ho recuperato a posteriori parte della cronaca Rai che in alcuni casi è davvero di qualità.
Quest’ anno le olimpiadi hanno condizionato la programmazione, ma spero (credo inutilmente) che nella prossima stagione si possa godere ad esempio del sei nazioni nella sua totalità…magari anche quello femminile, che ora è in corso ma che non viene trasmesso.
Comprendo che i diritti televisivi oggi siano un mercato a parte, ma forse si può fare meglio, magari risparmiando su certi commentatori assolutamente non professionali, poca cosa è vero
Riccardo
Gentile Direttore, che tristezza la Rai.
Gino Bianchi
Gentile Redazione… anche io voglio esprimere la mia amarezza perché non trasmettere più il ciclismo, un anno fa mio marito è stato investito da un auto durante un’uscita in bicicletta e da allora ha paura e non può nemmeno vedere il ciclismo in TV senza dovere pagare.
Ma il canone ce lo prendete!
Vergogna
Angela Maria Bianco
Gentile Direttore, buonasera mi aggiungo al malcontento degli appassionati di ciclismo..dopo il giro delle Fiandre..mamma RAI ci nega anche la classifica di domenica 19..Amstel .noi paghiamo il canone per vedere solo ed esclusivamente politica sulle reti RAI
Aldo Troili
Gentile Direttore, è 52 anni che pago l’abbonamento RAI, voi cosa mi date?… Nulla
Antonio Visini
Gentile Redazione… Sono d’accordo con chi ha scritto lamentandosi della mancata trasmissione di ciclismo. Già avete tolto la F1 e altro. Ci fate vedere solo calcio e tanta pubblicità e fate pagare anche il canone. Strapagate fior di giornalisti che scorrazzano per mostre e fiere per mangiare e bere a sbafo. Purtroppo non posso evitare il canone ma cmq nn mi frega più nulla della vs schifezza di tv
Anna Rita Robiola
Gentile Direttore, si buttano soldi x programmi insignificanti e x lo sport devo pagare ulteriori soldi ad altre emittenti….e una vergogna
Gabriele Eliani
Continuano ad arrivare lettere, quanti lettori delusi dal mancato Fiandre. Una fuga, anche, verso le piattaforma.
Il guaio è che l’abbonamento a una piattaforma lo paga un appassionato, lo “sportivo” occasionale fa spallucce e sarà per la prossima volta. Da quando la Formula 1 è andata su piattaforme a pagamento è uscita dalle chiacchiere al bar. Si legge velocemente il giornale, se c’è, o si guarda di sfuggita online. Quanti seguono le dirette testuali di uno sport che è fatto di immagini spettacolari?
Idem per il tennis, se non avessimo la fortuna di Sinner che ha conquistato qualche partita in chiaro. Veniamo da anni in cui l’utente comune non sa nemmeno chi fossero i protagonisti di una generazione fa, comunque li ha visti poco e non si è creata passione.
Per il ciclismo sarebbe pure una contraddizione: uno sport che passa sotto le case delle persone ma a pagamento in tv.
Ottimo il lavoro di Eurosport, ma le piattaforme rendono di fatto lo sport un prodotto per chi è già appassionato (e disposto a pagare). E questo cambia la natura stessa della sua diffusione.
La televisione generalista, con tutti i suoi limiti, aveva una funzione diversa: intercettava il pubblico casuale, costruiva interesse, trasformava eventi come il Giro delle Fiandre o la Parigi-Roubaix in appuntamenti collettivi. Era anche così che si formavano nuovi appassionati.
Oggi, invece, si è creata una frattura netta: da una parte chi segue tutto, spesso pagando più abbonamenti; dall’altra chi resta fuori, perché non abbastanza coinvolto da fare il passo. Nel mezzo si perde quel pubblico ampio che faceva massa critica.
Il punto, quindi, non è negare che i diritti abbiano un costo crescente o che il mercato si sia spostato. È capire quale debba essere il ruolo del servizio pubblico in questo scenario. Perché se la Rai rinuncia quasi del tutto a certi eventi, rinuncia anche a una funzione culturale oltre che editoriale.
E allora la domanda dei lettori resta lì, irrisolta: il canone serve ancora a garantire accesso, oppure no?





































