Negli ultimi anni il ciclismo ha preso una direzione molto chiara: manubri sempre più stretti, leve ruotate verso l’interno, posizioni sempre più compatte nel nome dell’aerodinamica. Una tendenza diventata rapidamente dominante, quasi obbligata, al punto che chi non la segue sembra fuori dal tempo. Eppure, proprio qui nasce il punto più interessante.
Mathieu van der Poel ha dichiarato apertamente che non gli interessa usare un manubrio più stretto solo perché è diventato la norma. Si vocifera che utilizzi larghezze da 42 o addirittura 43 cm centro-centro, contro gli ormai comuni 37 o poco più. E questa non è una presa di posizione estetica o ideologica: è una scelta tecnica.
Una scelta che parte da un dato semplice: lui e Remco Evenepoel sono due strutture fisiche diverse, con due storie sportive diverse.
Evenepoel ha portato all’estremo il concetto di compattezza, trasformandolo in un nuovo standard. È un atleta estremamente efficiente, con caratteristiche da cronoman puro: grande capacità di spingere in modo lineare, continuo, senza dispersioni. La sua forza è nella pulizia del gesto, nella capacità di chiudersi, di diventare compatto, riducendo al minimo tutto ciò che non serve. In questo contesto, un manubrio stretto e una posizione chiusa non solo hanno senso, ma amplificano le sue qualità. Non ha bisogno di “tirare” la bici, non ha bisogno di aprirsi: la prestazione passa dalle gambe e dalla gestione dell’aria. Le braccia sono appoggio, non motore.

Van der Poel è quasi l’opposto.
Arriva dal ciclocross, una disciplina dove la bici non si accompagna: si aggredisce. È più largo di spalle, ha più massa nella parte alta del corpo e soprattutto ha un’impostazione motoria completamente diversa. Nel ciclocross si tira il manubrio, si lavora di schiena, si esce dalle curve con tutto il corpo. È un modo di generare velocità che non passa solo dalle gambe, ma da un sistema integrato dove le braccia hanno un ruolo reale. Non a caso, quando c’è fango, si dice che i corridori “remano”: perché devono continuamente tirare con la schiena e le braccia per dare trazione alla ruota posteriore.
Van der Poel, quando accelera, ha bisogno di sentire il manubrio, di avere leva, di avere controllo. Un manubrio troppo stretto, per lui, non è un vantaggio aerodinamico: è una limitazione meccanica. Riduce la capacità di esprimere forza, toglie stabilità nelle fasi esplosive, limita il suo modo naturale di stare sulla bici. È cresciuto così, ed è lì che esprime il massimo.
E per questo va dato merito ad entrambi.
Da una parte c’è Remco Evenepoel, che ha introdotto una posizione radicale, estrema, e ha avuto il merito di dimostrarne l’efficacia. Piaccia o non piaccia, è stata copiata da quasi tutti. E nel ciclismo questo è il segnale più chiaro: se qualcosa viene replicato, significa che funziona. Le sue vittorie lo confermano, ma ancora di più lo conferma l’impatto che ha avuto sugli altri. Un innovatore.
Dall’altra parte c’è Mathieu van der Poel, che fa una scelta opposta ma altrettanto forte: non seguire. In un sistema che va in una direzione precisa, lui resta fedele al proprio modo di correre, alla propria sensibilità, alla propria fisicità. Non rifiuta la modernità, ma rifiuta l’idea che esista una sola strada giusta.
Non è un innovatore nel senso classico. È un riferimento. Perché dimostra che si può essere efficaci anche senza assomigliare agli altri.






































