Una mano fuori posto, un movimento del casco, una traiettoria appena più larga del necessario: quanto possono contare nove centesimi di secondo? Per noi comuni mortali sono un dettaglio trascurabile, ma in una gara professionistica possono essere la differenza tra una vittoria e una sconfitta, tra una maglia conquistata e una persa. E se tutto questo accade a Monaco, sulle strade dove siamo abituati a vedere le Formula 1 giocarsi le gare sul filo dei millesimi, il parallelo viene quasi naturale.
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Il prologo della Vuelta 2026, 9,4 chilometri nel Principato, ha prodotto proprio questo tipo di risultato. Pogacar ha chiuso in 10’57”, alla media di 51,5 km/h, con appena nove centesimi di secondo su Ethan Hayter. Una differenza talmente piccola che, a quella velocità, corrisponde a poco più di un metro: circa 1,3 metri separano idealmente i due corridori sulla linea d’arrivo. Tutto sommato non è neanche poco: in volata la differenza è normalmente molto minore.
La prima considerazione riguarda, naturalmente, la potenza. Pogacar non ha bisogno di molte presentazioni sotto questo aspetto e il percorso, quasi completamente pianeggiante, gli consentiva di esprimere velocità elevate. Non abbiamo, al momento, un dato ufficiale della potenza sviluppata nel prologo, quindi qualsiasi numero deve essere considerato una stima. Tenendo conto della velocità media di 51,5 km/h, della massa complessiva di corridore e bicicletta e di una posizione aerodinamica da cronometro, si può ragionevolmente collocare la potenza media necessaria nell’ordine dei 400-440 watt, considerando anche le caratteristiche del percorso e le continue variazioni di velocità.

È un valore in linea con quello che Pogacar ha dimostrato di poter esprimere nelle grandi salite. Nel Tour 2026, per esempio, i dati pubblicati della sua attività indicano circa 462 watt medi per 35 minuti sull’Alpe d’Huez, mentre le ricostruzioni relative al suo attacco sul Tourmalet hanno portato la potenza stimata oltre i 490 watt per più di tredici minuti. Sono numeri che aiutano a capire il livello del corridore, ma non spiegano da soli la vittoria di Monaco.
Perché il prologo non era una semplice prova di potenza. Il percorso presentava infatti numerose curve e diversi tratti tecnici, soprattutto nella parte conclusiva. Ed è proprio qui che Pogacar ha fatto la differenza. I rilevamenti intermedi lo vedevano leggermente alle spalle di Hayter e la sua prestazione è cresciuta nella seconda parte del percorso, fino a permettergli di recuperare il distacco e chiudere davanti al britannico. Da sottolineare la sua conoscenza delle strade del Principato (vive lì) e le sue capacità tecniche.

È un particolare che non si può tradurre facilmente in watt, ma che in un cronometro così corto può avere un peso enorme. Su nove chilometri, ogni curva rappresenta infatti una piccola perdita o un piccolo guadagno di tempo. Si può frenare un istante prima oppure ritardare la frenata, entrare più stretti, scegliere una traiettoria più pulita e soprattutto ricominciare a spingere prima in uscita. Moltiplicando queste differenze per tutte le curve del percorso, il vantaggio può diventare significativo.
Non è quindi un caso che Pogacar non sia sembrato costretto a partire immediatamente al massimo della propria capacità. La gara si è costruita anche attraverso la capacità di guidare la bicicletta, di mantenere velocità nelle curve e di accelerare rapidamente dopo averle superate. In una prova dove il vincitore e il secondo classificato sono separati da 0,09 secondi, anche una piccola differenza nella gestione della traiettoria può diventare decisiva.

Poi c’è l’aerodinamica, che a 51,5 km/h diventa una componente fondamentale della prestazione. A queste velocità la resistenza dell’aria rappresenta la principale forza che il ciclista deve vincere e la potenza richiesta cresce rapidamente all’aumentare della velocità. Per questo la posizione sulla bicicletta, il casco, l’abbigliamento, le ruote e ogni elemento esposto al vento vengono studiati per ridurre il CdA, cioè il prodotto tra coefficiente di resistenza aerodinamica e area frontale.
In una cronometro di meno di undici minuti non serve immaginare che un singolo movimento del casco abbia deciso la gara. Sarebbe impossibile dimostrarlo. Ma è altrettanto vero che una testa che si sposta, le spalle che si aprono, una mano che cambia posizione o il busto che si solleva anche solo per pochi istanti modificano il modo in cui il corpo incontra l’aria. Quando si viaggia a oltre 50 km/h, ogni variazione aerodinamica ha un costo energetico. E quando il margine finale è di nove centesimi, anche i dettagli che normalmente non noteremmo diventano parte del risultato.

C’è poi un aspetto ancora più interessante: la conoscenza del percorso. Pogacar vive a Monaco e quelle strade fanno parte del suo ambiente abituale di allenamento. Non possiamo naturalmente attribuire un numero preciso di secondi a questo vantaggio, ma conoscere una curva significa sapere dove frenare, quale traiettoria impostare e soprattutto dove iniziare a rilanciare la velocità. In una cronometro tradizionale, molto del lavoro consiste nel mantenere una velocità costante e gestire lo sforzo. Su un tracciato tortuoso, invece, la guida diventa parte integrante della prestazione.
È qui che i nove centesimi assumono un significato particolare. Pogacar e Hayter hanno percorso gli stessi 9,4 chilometri alla stessa velocità media ufficiale di 51,5 km/h, ma in una gara così breve non significa che abbiano percorso ogni curva nello stesso modo. Il cronometro registra semplicemente il risultato finale di tutte quelle piccole differenze: la potenza espressa, la posizione aerodinamica, la frenata, la traiettoria, la capacità di rilanciare e anche la confidenza con la strada.
In Formula 1, a Monaco, siamo abituati a considerare normali differenze misurate in millesimi. Nel ciclismo siamo meno abituati a ragionare in questi termini, ma il principio è lo stesso. Quando i migliori professionisti arrivano a livelli di prestazione così vicini, la vittoria non dipende più soltanto da chi riesce a sviluppare più watt ma dalla somma di tutto ciò che succede nei pochi minuti della gara.E a Monaco Pogacar quella somma l’ha fatta meglio di Hayter. Per nove centesimi di secondo. Pochissimo per chi guarda il cronometro. Tantissimo per chi corre.

































