L’invito degli amici di Radio Immaginaria era allettante: partecipare alla “Moon River“, una pedalata notturna da Bologna a Ravenna lungo gli argini dei fiumi; 135 chilometri sotto la luna piena di Agosto con un dislivello totale da tappone dolomitico, ben 162 metri!
Il problema era la bicicletta: per portare la Zydeco a Bologna avrei dovuto prendere un Intercity, raddoppiando (nella migliore delle ipotesi) i tempi di viaggio. In alternativa, avrei potuto prendere la mia Brompton C line, che è ammessa anche sui treni ad alta velocità, ma non mi sembrava il mezzo adatto a una percorrenza così lunga, oltretutto su sterrato e di notte.
La soluzione a questo dilemma me l’ha offerta Fabrizio Avorio, della Brompton Junction di Roma, dandomi in prova una Brompton G line, che il sito del produttore definisce:
La bicicletta più versatile del mondo
Io, lo confesso, avevo una leggera avversione per la gravel pieghevole di casa Brompton, perché non amo gli ibridi e mi aspettavo che la G line fosse solo una Graziella con le ruote più larghe e i freni a disco, ma mi sbagliavo.

Attrezzatura
Il mio bagaglio prevedeva il minimo sindacale dell’abbigliamento (cambio “tecnico” da indossare a Bologna, cambio “civile” da indossare al ritorno più costume da bagno e infradito nel caso ci scappasse un bagnetto) e una considerevole quantità di apparecchiature elettroniche: ciclocomputer Bryton, GoPro 9, GoPro 7 di riserva, Leica Dlux 4, microfoni wireless Hollyland, batterie di riserva, cavi per la ricarica ecc.
Dato che le borse Brompton possono essere montate su tutti i modelli di bicicletta, potevo fare entrare tutto nella borsa anteriore che utilizzo in viaggio con la mia C line e in cui avrei potuto tenere anche una delle due borracce, montando la seconda sul tubo del manubrio. Dovevo però risolvere la questione energia – e non quella muscolare.
Le effemeridi, per la giornata dell’8 Agosto, prevedevano circa otto ore fra il tramonto e l’alba; per questo motivo ho scelto, come luce anteriore, la Magic Shine MJ-902S con un pacco batterie esterno MJ-6116. Questa scelta aveva due grossi pregi:
- la leggerezza del faro, che può essere montato sull’estensione del manubrio senza doverlo controventare con dei tiranti in acciaio per evitare che si abbatta alla prima buca;
- la potenza del pacco-batterie, che avrei potuto utilizzare anche per eventuali ricariche d’emergenza.
Non avevo mai fatto un test di durata della batteria, quindi non sapevo se sarebbe bastata per tutto il viaggio. C’era un solo modo per scoprirlo..

Bologna
Mentre pedalo sotto il sole di Agosto fra le strade quasi deserte di Roma, posso apprezzare la comodità della G line sul fondo non sempre clemente della Capitale. Anche le rotaie del tram, che mi costarono una clavicola alla mia prima uscita con la C, risultano del tutto innocue per le ruote da 20″. Comincio a pensare che – forse – la G line è qualcosa di più che un’astuzia del marketing..
Il viaggio di andata non riserva sorprese: come al solito, finisco al famigerato posto 56, che è di fronte all’armadio dove le hostess di Italo tengono i carrelli con cibo e bevande da distribuire ai passeggeri. Se l’assegnatario ha dormito a sufficienza la sera prima, questo è un bene, perché garantisce un traffico pressocché costante di belle figliole, ma se il malcapitato è restato sveglio fino alle 1:40 AM per preparare la sua bicicletta, questo è un male, perché il rumore dei carrelli e degli sportelli in acciaio che sbattono gli uni contro gli alti impedisce qualsiasi forma di riposo non indotta chimicamente.
Arrivato a Bologna, raggiungo in pochi minuti la Velostazione, ospitata in un ex rifugio antiaereo, con officina (appunto) per la manutenzione delle biciclette e bar per la manutenzione dei ciclisti.
Mi cambio nel locale doccia della struttura (ce l’avessi in ufficio, venderei la macchina) e mi concedo una mezza birra, mentre uno dei partecipanti ci erudisce sul modo in cui, nel 1334, i bolognesi riuscirono a scacciare le forze filo-papali ai comandi di Bertrand du Pouget; un assedio incruento, ma tutt’altro che inodore, che passò alla storia come: La Battaglia della Merda. ometto i dettagli, che potete comunque trovare qui.

Il Navile
Il nostro viaggio verso la costa Adriatica comincia lungo il Canale Navile, che – mi raccontano – serviva per trasportare, ssu chiatte trainate da buoi, le merci in arrivo o in partenza dalla città. Scopro così che Bologna, nel Rinascimento, era la capitale europea della produzione del velo da seta e che le impalpabili e morbidissime velette bolognesi comparivano spesso come status-symbol nei ritratti delle nobildonne dell’epoca.
Il paesaggio del Navile è fiabesco: pedaliamo su un sentiero in terra che costeggia il canale, all’ombra di alberi che ci proteggono dalla calura. Attraversiamo ponti in muratura che sembrano usciti da un film di cappa e spada e fiancheggiamo le vecchie chiuse, ormai in disuso. Sarebbe tutto bellissimo se un piccolo, trascurabile dettaglio non incupisse il mio animo: non ho nulla da mangiare e non sono previste soste per la cena.
I pedalatori locali – astutamente – si sono portati dei viveri da casa, ma io che vengo da Roma ho solo tre miserabili barrette ai cereali. Mi è stata offerta la possibilità di farmi fare un panino alla Velofficina, ma l’unica possibilità era una ciriola con la parmigiana di melanzane; invitante, ma visto il caldo, ho temuto che se l’avessi mangiata sarei svenuto dopo tre giri di catena.

Bentivoglio, davvero
Mi salva dalla morte per denutrizione un contrattempo occorso all’arrivo a Villa Smeraldi, in località San Marino: una delle giovani partecipanti alla pedalata buca la gomma posteriore e il gruppo si ferma per la riparazione. Ne approfitto per fare una foto ricordo sul ponte che attraversa il laghetto della villa. Riparata la foratura, ripartiamo; ma, pochi metri dopo, mentre siamo ancora nel parco della villa, la gomma è di nuovo a terra.
“Ogni contrattempo è un suggerimento”, dice il proverbio e io assumo che il suggerimento, in questo caso sia: Approfittane per cercare un posto che venda sostanze edibili. Il comune di Bentivoglio è a pochi chilometri ed è di strada: lascio i cibo-muniti alle loro alchimie pneumatiche e mi avvio in avanscoperta, cantando (male): “A mezzanotte sai..”.

Il comune di Bentivoglio, alle 21:03 di Sabato, sembra un paese fantasma. Gli unici umani che vedo sono gli avventori del Bar Sport, che mi guardano con la stessa compassata indifferenza con cui le iguane delle isole Galapagos guardarono Darwin al suo arrivo nel 1835. Inoltre, dato che si tratta di un paese nato intorno a un ospedale, i primi negozi che si incontrano arrivando sono un marmista che produce lapidi e un’agenzia di onoranze funebri.
In compenso, c’è la pizzeria Peter Pan, che può prepararci una pizza in tempi brevi. Dico: prepararciperché non sono solo: un altro partecipante privo di viveri mi ha raggiunto e divide con me una Margherita che – sarà l’appetito – trovo piuttosto gustosa. Il resto del gruppo arriva mentre prendiamo il caffè e con lui arrivano anche le prime ombre della sera.
Malalbergo, davvero
Accendiamo le luci e ci avviamo in direzione di Malalbergo. Fiancheggiamo ancora il Navile, ma stavolta su strada; fa fresco e non c’è traffico. La G scorre molto piacevolmente e non fatico a tenere il ritmo delle gravel, anche perché non possiamo accelerare più di tanto per non perderci i partecipanti meno allenati. L’unico problema è che, procedendo in fila indiana nel buio, le luci rosse intermittenti delle biciclette che ti precedono hanno un effetto ipnotico. Più tardi, into the wild le spegneremo, ma adesso non si può, se no, ci arrotano.

Arriviamo a Malalbergo intorno alle 22:30.
Il paese è deserto, solo pochi indigeni si intrattengono ai tavolini dell’unico bar aperto. Anche loro ci guardano strani, ma non come al Bar Sport di Bentivoglio: questi, più che le iguane delle Galapagos, sembrano gli indigeni di Macatan all’arrivo di Magellano.
La maggior parte del gruppo è andato a rifocillarsi nella piazza della chiesa; io mi fermo al bar ed entro entro a prendermi un gelato, ma ripiego su un caffè quando scopro che i gelati, qui, costano più che a Roma.
Quando esco, un esponente della jeunesse dorée locale – che parla come se fosse sotto l’effetto di qualche droga psicotropa o, in alternativa, completamente idiota – mi chiede dove può trovare un negozio che venda biciclette come la mia. Rispondo che non lo so, che a me l’ha data in prova un negozio di Roma; al che, il tipo mi chiede:
– A Milano? o Torino?
Annuisco compiacente, poi salgo in sella e pedalo con buona lena verso il resto del gruppo.
Se questi sono i bar normali, da queste parti, mi chiedo come sarà quello dove faremo tappa fra qualche ora e che i miei amici chiamano, affettuosamente: “Il Lurido”..
”Moon River”: in notturna da Bologna a Ravenna su una Brompton G-Line – 2


































Gradevole modalità di racconto, faccio i miei complimenti all’autore.